Vai alla pagina iniziale Calendario diocesano 2011-2012 Incontri durante l'anno
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LETTERA PASTORALE
INDICE
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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Una lettera per i cristiani (e non solo):
“Crescere insieme, chiesa e famiglie”
Vi è forse capitata tra le mani la mia lettera pastorale. Probabilmente ne avete sentito parlare. Vorrei, con semplicità, mettervi al corrente delle intenzioni che l’hanno originata e di qualche suo aspetto di interesse immediato.
Le motivazioni si radicano nella responsabilità che porto nei confronti della chiesa diocesana, la grande famiglia dei credenti che vivono nelle nostre terre. Sento il mio ministero come una paternità che mi spinge a sollecitare da parte di tutti i fedeli una più matura coerenza ai valori della fede, specie in un tempo, come quello che viviamo, che le si presenta con caratteri di osticità e di indifferenza dalla portata forse inedita.
Sappiamo per esperienza – nelle famiglie e nelle parrocchie – che non possiamo più contare su un clima culturale e su condizionamenti sociali che in passato hanno facilitato la trasmissione della pratica religiosa da una generazione all’altra. Inoltre questa situazione si coniuga con una più generale “emergenza educativa”, che mette a dura prova tutte le agenzie e le persone che vi si dedicano, con esiti di sbandamento e sradicamento giovanile che non possono non preoccupare.
Si è rivelato perciò indispensabile convocare la responsabilità di tutti coloro che hanno a cuore la sorte delle nuove generazioni – in particolare “chiesa e famiglie” (è il primo binomio attorno cui è impostata la lettera) – perché mettano in comune le migliori energie al fine di trasformare la crisi e le sfide attuali in opportunità di “crescere insieme” (è l’obiettivo ottimistico e possibile che viene additato all’impegno di tutti).
Per fare ciò occorre non avere paura di guardare ai problemi che incombono, non esitando anche a riconoscere errori e inefficienze, senza con ciò sminuire la gran mole di bene che è presente tra la nostra gente e che ha consentito a un ragguardevole patrimonio umano e di fede di giungere fino a noi e di dare senso e valore a tante vite.
Assodata l’inutilità di atteggiamenti di sterile rimpianto e peggio di resa, ci aspettano anni di forte impegno, a cominciare da questo e dal prossimo, in cui parrocchie e famiglie sono invitate a sperimentare nuove forme di collaborazione per declinare “educazione e evangelizzazione” (è l’altro binomio che innerva tutta la lettera). A partire dai primi anni di vita dei bambini in cui i genitori, non più soli ma in gruppo, possano rispondere con strumenti adeguati ai loro compiti di educazione anche alla fede, e le parrocchie attuare una (per ora quasi del tutto carente) pastorale pre e post battesimale e che copra gli anni che precedono l’ingresso nella scuola materna ed elementare. Parimenti il catechismo dei ragazzi non dovrà limitarsi a ripetersi con modalità che manifestano scarsa capacità di incidere e formare in vista delle successive tappe della vita cristiana e pertanto non potrà più fare a meno di coinvolgere con continuità e metodo i genitori. In questo contesto la preghiera serale in famiglia, specie nei periodi forti dell’anno liturgico, si presenta come opportunità che non deve essere elusa.
Si tratta di attenzioni e iniziative che si propongono di introdurre nella vita della nostra chiesa un dinamismo e delle sinergie che nell’anno successivo, proclamato dal papa “anno della fede”, ci aprano ad un’ulteriore, duplice meta:  da una parte l’incremento e la generalizzazione del rinnovamento della catechesi per tutte le età, dall’altra la proposta ai laici più sensibili e volenterosi di itinerari di spiritualità e teologia che consentano loro di  maturare nella fede, in modo da poterne vivere le implicazioni dentro e fuori la chiesa - specie in famiglia, nella società, nella professione - in modalità adeguate all’età e ai tempi.
Negli anni successivi l’impegno di rinnovamento pastorale, senza trascurare l’evangelizzazione ordinaria e sulla base delle sperimentazioni via via realizzate, sarà focalizzato su altri aspetti della vita di fede, già enunciati a grandi linee, ma che recepiranno eventuali indicazioni che potranno essere proposte dal papa o dalla CEI. In altre parole, quella che presento è una “lettera aperta”, che non solo mira alla “pastorale del possibile”, ma che, precisandosi di anno in anno, intende promuovere l’attenzione ai “segni dei tempi” e la disponibilità ad una servizio al vangelo ed agli uomini più puntuale e coraggioso.
Come vedete non si tratta di rivoluzionare parrocchie e famiglie, ma di promuovere più efficacemente le loro responsabilità e potenzialità, per non rinunciare a vivere la nostra esistenza – umana e di fede – come risposta alla vocazione e alla fiducia del Signore. Il suo Spirito è all’azione nel cuore di ogni uomo e altro non chiede che di poter aprire a ciascuno, anche con il nostro contributo,  gli orizzonti della “vita buona del vangelo” (che è il titolo degli orientamenti pastorali dei vescovi italiani, che hanno ispirato anche la mia lettera).
A Lui, e a ciascuno di voi, affido di cuore e con fiducia questi miei intendimenti e progetti, assicurandovi che i miei collaboratori e gli uffici della diocesi sono a disposizione e in attività perché possano realizzarsi a comune vantaggio della nostra comunità diocesana e della società nella quale essa vive e di cui condivide problemi e responsabilità.
+ Giacomo Lanzetti, vescovo
LA LETTERA PASTORALE 2011

SE Mons. Giacomo Lanzetti, Vescovo di Alba
S.E. mons. Giacomo Lanzetti
Vescovo di Alba


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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata

1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
-------------------------------------------------------------------------------
CAPITOLO 2. La famiglia al centro

2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
-------------------------------------------------------------------------------
CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 : parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
      4.2.1 La preparazione pre-battesimale
      4.2.2 La fase post-battesimale
      4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5. L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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PRESENTAZIONE

Questi Orientamenti pastorali, che si distendono nell’arco di tempo del mio prevedibile servizio in questa Diocesi, hanno trovato l’indicazione di fondo nel documento CEI “Educare alla vita buona del Vangelo”, che contiene gli orientamenti pastorali per la Chiesa italiana per il decennio 2010-2020. Esso è tutto giocato sul binomio “educazione e evangelizzazione” (come illustro ampiamente nel paragrafo 1.3, sotto il medesimo titolo). Sugli stessi temi ruota tutto questo documento che fin dal titolo “Crescere insieme, Chiesa e famiglie” intende additare l’educazione e l’evangelizzazione come un dinamismo da promuovere, cui aderire, non da soli ma “insieme”, non solo come comunità di Chiesa, ma facendo spazio, sollecitando e collaborando con i compiti specifici della famiglia in questi ambiti.
Le mosse vengono prese da due solide osservazioni: una teologica, l’altra sociologica.
Quella teologica ci ricorda che nessuna persona, nessuna generazione deve essere privata della possibilità di incontrare la proposta evangelica in termini adeguati alle sue condizioni e alla sua cultura. È qui additato il compito specifico e fondamentale della Chiesa, venendo meno al quale essa tradisce l’essenza della sua missione, il significato della sua presenza nella storia. L’osservazione sociologica evidenzia i profondi e relativamente rapidi mutamenti che sono avvenuti nella società, nel clima culturale, tra la gente, proprio a riguardo dell’adesione di fede, della sua trasmissione da una generazione all’altra, del suo posto tra i valori condivisi, delle modalità della sua presentazione e condivisione.
La conseguenza immediata, se si prendono sul serio le osservazioni precedenti, si riassume in un’espressione che in questi anni si è imposta con urgenza, anche se non sempre è riuscita a essere tradotta in pratiche concrete ed efficaci: “nuova evangelizzazione”.
È evidente che l’aggettivo “nuova” non è meno importante del sostantivo “evangelizzazione”, che da sempre sintetizza la missione della Chiesa nel mondo. Tale binomio indica, senza ombra di dubbio, la necessità di intraprendere strade diverse da quelle battute fin qui, pena l’impossibilità di continuare a evangelizzare.
Di qui s’impongono due tipi di operazioni, su cui il documento insiste con molta chiarezza: si tratta di porre seriamente mano a una verifica della nostra pastorale – nel suo insieme, come stile, priorità, mezzi usati, finalità perseguite e conseguite – sia nelle sue diverse attività, per sondarne il grado non solo della loro fedeltà alla tradizione (più spesso al plurale, “le tradizioni”), ma soprattutto la loro capacità di essere significative per coloro ai quali oggi sono rivolte.
Nell’ambito di questa verifica è importante “non buttare via il bambino assieme all’acqua sporca”, cioè discernere il bene fatto bene, per valorizzarlo ed eventualmente partire da lì per introdurre le novità che si ritengono utili e anche necessarie.
La seconda operazione, infatti, ha per nome sperimentazione: essa apre ai vasti campi in cui la pastorale tradizionale (il “si è sempre fatto così”) in questi anni manifesta più evidentemente l’usura, l’incapacità di incidere e significare.
Tutto ciò è da fare non come singole persone, non come battitori liberi, non come esploratori solitari, non come pionieri amanti del rischio, ma come Chiesa, e perciò “insieme”, mettendo in comune sia le difficoltà in cui tutti, più o meno, ci imbattiamo, sia le scelte e le iniziative che si sono dimostrate più adatte ed efficaci per il compito dell’evangelizzazione.
Un simile modo di fare chiama in causa atteggiamenti interiori importanti e indispensabili, che vanno dalla conversione personale a quella pastorale, al rafforzamento della propria coscienza di Chiesa e di Diocesi, alla fraternità fra tutte le componenti del popolo di Dio, alla generosità nel condividere il bene, all’umiltà di sapersi sempre debitori della sapienza altrui.
Parimenti ciò che qui viene proposto – o sarà messo in moto dalle istanze presentate – non deve essere sentito né come un’estranea imposizione dall’alto, né come un giudizio sul proprio operato, né come un freno all’inventiva di ciascuno. Il fatto è che nessuno può andare tanto avanti da permettersi di perdere il contatto con gli altri, né alcuno deve ritenersi tanto sorpassato da non poter essere aiutato a migliorare.
Dicevo “Chiesa e famiglie”.
Sì, le famiglie sono guardate, in questo documento, non solo come alle prese con gravissimi problemi educativi e di trasmissione dei valori, ma anche nelle loro spesso non adeguatamente sondate, e perciò in gran parte inutilizzate, possibilità.
Di essa si evidenziano in particolare due possibili direttrici di operatività, cui è connessa la possibilità per la famiglia di superare l’attuale crisi e di proporsi di nuovo come fucina di valori:
– da una parte la concezione di educazione non come attività unidirezionale, ma come coinvolgente insieme genitori e figli che si educano reciprocamente e quotidianamente;
– in secondo luogo la proposta dell’educazione anche religiosa come compito primario e specifico della famiglia, a partire dai primissimi anni, fino alle età successive, quando sempre di più chiama in causa la testimonianza coerente e responsabile di mamma e papà.
Alla luce di queste premesse, in un simile contesto, il documento presenta una serie di tappe annuali che coprono il periodo 2011-2016, senza la pretesa dell’esaustività: esse non tengono conto di molte delle cose che normalmente si fanno nelle parrocchie, limitandosi ad evidenziare, di anno in anno, delle priorità non arbitrarie, ma particolarmente rispondenti alle istanze della “nuova evangelizzazione” e perciò capaci di ricadute di rinnovamento sull’intera pastorale.
Il primo anno – 2011-2012 – ribadisce la centralità delle famiglie e del loro ruolo: esse sono chiamate in causa soprattutto riguardo agli anni che vanno dalla nascita all’età della scuola primaria. Si tratta di un periodo della vita (dei bambini e delle famiglie) nevralgico dal punto di vista della crescita (anche successiva) e, specie per i primi anni, non particolarmente “coperto” dalla nostra pastorale, mentre per gli anni del catechismo della scuola primaria denuncia significative problematiche.
Di qui una serie di proposte che vanno dalla preparazione pre-battesimale, alla fase post-battesimale, agli anni della scuola dell’infanzia, a quelli della scuola primaria, all’opportunità di sperimentare la preghiera serale in famiglia, almeno in certi periodi
dell’anno liturgico.
Com’è evidente, questa prospettiva chiede alle parrocchie e alle famiglie di camminare insieme sulla strada di verifiche e sperimentazioni che non temano di affrontare terreni inesplorati, di ammettere carenze e omissioni, di chiamare per nome errori e inadeguatezze. Senza con ciò mai lasciarsi andare alla sfiducia e alla resa: se Dio ha voluto avere bisogno di noi, se Lui continua ad avere fiducia in noi, non dobbiamo abbandonarci allo sconforto e al pessimismo; ma, al contrario, da lì partire per rispondere meno inadeguatamente ai compiti che il Signore continua ad affidarci,
anche contando sulla nostra capacità di conversione, d’iniziativa, di comunione.
In questo contesto un’icona evangelica si erge con forza come metafora e modello della nostra risposta di fede agli impegni della “nuova evangelizzazione”, quella della figlia di Giairo (e della donna malata): la donna e la ragazza sono figura di tutti noi; il
padre con la sua fede fa da tramite tra Gesù e l’umanità malata della figlia. Questo incontro condensa molti dei mali che oggi attanagliano i nostri contemporanei (la sfiducia, lo smarrimento, la resa, la morte) e insieme addita la presenza ancora attiva e salvifica del Cristo, raggiungibile attraverso una fede sempre da coltivare. Si tratta di percorrere, alla sua luce, un cammino di fede capace di illuminare anche la nostra evangelizzazione. Siamo stati chiamati a vivere in tempi non facili per l’evangelizza-
zione (e l’educazione). Ma siamo consapevoli che molto dipende da noi, se vogliamo superare insieme l’emergenza educativa, se vogliamo che i nostri giovani non siano la prima di molte “generazioni incredule”.
Iniziamo dal lasciarci convincere dallo Spirito che siamo “alle soglie di un tempo opportuno per nuovi inizi” e inoltriamoci in essi “con coraggio e fiducia”.
Le ultime pagine di questi Orientamenti propongono una serie di interrogativi cui è affidato il compito di sondare non tanto la comprensione di quanto esposto, quanto la sua effettiva capacità di convincere, coinvolgere ed avviare sulla strada sia del ripensamento che del rinnovamento della pastorale e della catechesi.
✢ Giacomo Lanzetti, vescovo


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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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PREMESSA

Nei mesi scorsi ho compiuto con molta gioia – e utilità – una prima visita ai catechisti ed ai sacerdoti della Diocesi, che mi ha consentito di fare una conoscenza diretta della situazione della catechesi e delle condizioni di vita di molti preti.
Il clima di calda cordialità in cui gli incontri si sono svolti mi dà solide garanzie della disponibilità di tutti a riguardo dei temi affrontati e delle problematiche emerse.
Arricchito da una simile, positiva e indispensabile esperienza, mi appresto a presentare un programma pastorale di massima per gli anni che presumibilmente mi vedranno impegnato nel servizio in questa Diocesi.
Essi tengono ampiamente conto – e non potrebbe essere altrimenti – sia delle osservazioni riguardanti la catechesi emerse durante gli incontri con i catechisti, sia dei suggerimenti fatti dai sacerdoti (a integrazione della scheda compilata con i vicari) nel corso di un colloquio centrato su cinque aspetti:
– le condizioni di vita e di salute del clero;
– le iniziative pastorali, con particolare riguardo a quella giovanile ed alla catechesi;
– gli aspetti più belli e quelli più problematici del ministero;
– la disponibilità (e il gradimento) ad eventuali sistemazioni comunitarie nelle stagioni di difficoltà della salute e della vecchiaia;
– priorità da affrontare, suggerimenti e proposte.
Posso affermare di essere venuto a contatto con persone veramente disponibili e generose e con belle realtà di Chiesa: ho riscontrato che l’istanza educativa, che fa da denominatore comune a questi Orientamenti pastorali, è fortemente sentita, anche nella sua dimensione di sfida, che prospetta la necessità sia di profonde revisioni che di coraggiose sperimentazioni. In sintesi, che cosa ho trovato?
– Innanzitutto un clero dotato di solida fedeltà alla vocazione e al ministero, buono, valido e attento, nonostante che una sua metà sia piuttosto avanti negli anni. Si tratta di altrettanti motivi che mi inducono ad un profondo rispetto nei suoi confronti, che si traduce anche in cautela nei casi di avvicendamento. Insieme lavoreremo su progetti anche nuovi, che comunque non chiederanno a nessuno più di quanto può dare, nella consapevolezza sia del molto che già si fa, e bene, sia dell’opportunità di progettare su tempi lunghi, per quanto attenti alle urgenze della “nuova evangelizzazione”.
– In secondo luogo ho incontrato un gran numero di catechisti non solo preparati, ma anche disponibili, senza stravolgere quanto già si fa e che negli anni ha dato frutti
significativi, anche a percorrere strade nuove; specie con l’intento di suscitare giovani coppie e gruppi di famiglie disposte a rinnovare la catechesi, mentre i catechisti più
esperti, continuando la loro attività e aprendosi sia all’aggiornamento che all’integrazione con nuove energie, potranno proporsi come coordinatori delle sperimentazioni da introdurre.
– Da parte dei sacerdoti è emersa una forte richiesta di essere sgravati dalle preoccupazioni gestionali connesse al mantenimento, alla ristrutturazione e alla messa a norma di molti immobili (chiese, case parrocchiali, oratori ...),
tutte mansioni che potrebbero essere affidate ad un’apposita equipe diocesana.
– Un’altra richiesta riguarda la pastorale per vicaria (o con parrocchie vicine) per la nevralgica stagione del dopo-cresima, che risponda alle particolari difficoltà incontrate sia dai sacerdoti (anziani e non), sia dai catechisti non sempre
attrezzati per continuare l’attività precedente.
– Un’iniziativa che intende rispondere a un’esigenza ampiamente riscontrata, già messa in cantiere per il prossimo anno pastorale, è l’avvio di corsi per fidanzati – per vicarie, unità pastorali o singole parrocchie –, sulla base di un metodo e contenuti comuni, allo scopo non secondario di promuovere la nascita di comunità di giovani sposi che, ricchi dell’esperienza fatta in preparazione al matrimonio, siano invogliati a proseguire la loro formazione anche mettendola a disposizione di altre coppie.
– Ho riscontrato in quasi tutte le parrocchie una significativa attenzione alla liturgia, una cui realizzazione particolare è rappresentata spesso da cantorie solide e affermate, che ho già avuto modo di apprezzare nella Messa in occasione del mio ingresso in Diocesi. Mentre mi complimento con esse, mi pare di dover chiedere loro di essere particolarmente attente ad animare la partecipazione e il canto di tutta l’as-
semblea.
– Ho apprezzato con particolare piacere la diffusa pratica dell’adorazione parrocchiale mensile per le vocazioni: evidentemente lo stare con Gesù è vissuto in molte comunità come solido perno della pastorale vocazionale, che sarà mia premura promuovere in tutte.
– Ho trovato un certo numero di sacerdoti disponibili a superare la difficoltà a vivere da soli, orientandosi verso qualche forma di vita comune in apposite strutture adatte all’età e alle esigenze pastorali o di salute di ognuno. Sarà il Consiglio presbiterale a studiare la realizzazione concreta dell’iniziativa, per assicurare una buona esistenza sacerdotale anche nel tempo in cui le forze vengono meno, comunque mantenendo per chi lo desideri la possibilità di restare, in accordo con il nuovo parroco, in una delle parrocchie servite. Tenuto conto della gran mole di bene che costituisce la pastorale della nostra Diocesi, affido ai sacerdoti, ai diaconi, ai consacrati e ai laici questi Orientamenti, il cui intento è di fare maturare insieme tutta la nostra Chiesa lungo la direttrice ineludibile della “nuova evangelizzazione”. Ho verificato che molti ne sentono acutamente le istanze, le quali spesso però sono vissute più come sfide impegnative e persino inaccessibili, che come opportunità cui non è estraneo lo Spirito. Il senso di inadeguatezza si accresce se ci si sente soli davanti a tale compito. Ma come Chiesa nessuno è mai solo.
Questi Orientamenti intendono precisamente proporre a ciascun sacerdote, ai laici collaboratori (in primo luogo le famiglie) e a ogni comunità di fede, itinerari possibili sia di ripensamento di quanto fatto finora, sia di progettazione di nuove iniziative meglio rispondenti alle attuali esigenze dell’evangelizzazione, senza che peraltro nessuno le debba sentire come estranee o imposte dall’alto. Chi è più avanti non considererà una perdita di tempo rallentare la marcia, specie per mettere a disposizione di tutti le proprie conquiste e confrontarle con gli altri. Chi sente maggiormente la fatica degli anni e dei tempi saprà di poter contare sull’attenzione e sulla fraternità di quanti sono più attrezzati ad affrontare gli odierni compiti dell’evangelizzazione.
Siamo fratelli che, mentre camminiamo insieme verso il Padre, cerchiamo di assolvere nel migliore dei modi i compiti di predicazione e testimonianza che il Signore ha affidato alla sua Chiesa. Se Lui ha voluto avere fiducia in noi, non possiamo guardare agli uomini d’oggi e alle sfide dei tempi solo con pessimismo e coltivando sentimenti di inadeguatezza e sconforto.
Invoco su questi propositi, su ciascuno di voi, sacerdoti e laici, diaconi e consacrati, sulle vostre comunità e famiglie, la benedizione del Signore, perché ci accompagni ogni giorno nel nostro impegno di coerenza e fedeltà.
✢ Giacomo Lanzetti, vescovo
CAPITOLO 1: Una pastorale rinnovata
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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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1.1 Dalla conservazione alla programmazione


Nel corso degli anni anche noi pastori – vescovi e sacerdoti, sempre meglio coadiuvati da laici via via più preparati – abbiamo progressivamente sperimentato l’opportunità di non dedicarci ad una pastorale puramente occasionale o solo ripetitivamente segnata dai tempi liturgici. Questo poteva bastare a svolgere una funzione di conservazione, quando la trasmissione della fede era “naturalmente” affidata al susseguirsi delle generazioni, quando i valori della società e quelli della religione procedevano non solo su binari paralleli, ma si sorreggevano e giustificavano reciprocamente.
Da tempo non è più così. Ci è toccato percorrere dei tornanti della storia che hanno cambiato in modo difficilmente prevedibile il tessuto sociale e culturale della nostra gente. La religione ha cessato di essere un elemento fondante dell’identità e della coesione sociale, per molti non fa più parte del patrimonio di valori riconosciuti, ha perso la sua centralità nella vita dei gruppi e dei singoli ed è diventata un’opzione tutta in salita, affidata alla scelta e alla maturazione sempre più privata e personale (nota 1).

In una simile condizione, una pastorale estemporanea, tutta demandata ai singoli preti, basata quasi esclusivamente su automatismi di riti e pratiche, si sta rivelando del tutto inadeguata a proporsi efficacemente agli uomini d’oggi. Il clericalismo – con gli intrinseci limiti dell’individualismo (che favoriva itinerari del tutto sganciati
da ogni cammino di Diocesi e di Chiesa), e del tradizionalismo (che si proponeva soprattutto risultati di difesa e conservazione) – è stato spazzato via dal vento del Concilio e dall’accelerazione dei tempi. Si è imposta la necessità di una pastorale progettata, organica, integrata: tutti termini che indicano le direzioni di un profondo ripensamento del modo di annunciare il Vangelo e di operare come Chiesa.
Si tratta di un’operazione per la sua profondità e vastità nient’affatto comoda, che non tollera spettatori passivi, ma chiama in causa tutte le componenti della Chiesa. Innanzitutto a interrogarsi su quanto si è fatto finora e su quanto si sta facendo, sul modo di ascoltare e proporsi ai nostri contemporanei, sul modo di servire e annunciare il Vangelo nell’attuale contesto storico e sociale. All’interno di una società disorientata e smarrita, alle prese con una crisi morale profonda e che tradisce i segni di una crescente disaffezione alla vita ecclesiale, non si può programmare la pastorale senza partire dall’ascolto della realtà, senza interrogarsi sul proprio operato, senza mettere in discussione le strade finora percorse e senza analizzare la cause delle evidenti difficoltà di una Chiesa forse spesso eccessivamente ricurva su se stessa. Occorre non aver paura di affrontare capitoli anche dolorosi riguardanti la nostra incapacità innanzitutto ad aprire un dialogo vero con gli uomini del nostro tempo, a porsi in ascolto delle loro domande, a capire le cause del loro allontanamento e riconoscere anche le nostre responsabilità. Dobbiamo, con coraggio e umiltà, con realismo e fiducia, metterci insieme di fronte al Signore, lasciarci guidare dal suo Spirito e guardare lo stato di salute dell’impegno evangelizzatore delle nostre comunità. È pertanto non solo utile, ma anche urgente una verifica coraggiosa sia dei metodi educativi finora adottati che degli itinerari di catechesi battuti, per capire cosa non ha funzionato e quali sono stati i punti di debolezza che non hanno consentito di raccogliere i frutti desiderati. Tutto ciò senza esimersi dall’ammettere che un’efficacia evangelizzatrice assai inferiore che in passato non può essere imputata solo all’influenza negativa dei media, ma innanzitutto alla scarsa testimonianza della comunità cristiana, all’inadeguatezza dei suoi metodi pastorali e alla distanza a volte eccessiva tra i contenuti annunciati e la vita quotidiana.
 
L’altro aspetto della questione, parimenti importante, consiste nel prendere atto e valorizzare le esperienze positive o di eccellenza pure presenti in molte realtà. Oggi, infatti, non siamo più ai primi passi di questo percorso. Molte persone, molte parrocchie, intere Chiese diocesane vi si sono inoltrate, incontrando lungo di esso non
solo difficoltà che impegnano in una profonda conversione prima personale che pastorale, ma anche sempre più chiare conferme della bontà delle scelte che si stavano compiendo. Si è andato così delineando un nuovo volto di Chiesa e di parrocchia: gruppi sempre più numerosi di laici assumono ruoli prima impensati non solo di collaborazione, ma anche di corresponsabilità; le famiglie sono chiamate in causa e valorizzate nei loro compiti educativi e di testimonianza; un numero significativo di persone scopre istanze positive della fede, che la propongono ad una inedita sperimentazione personale ed alla ricerca di una nuova integrazione con la vita. Si tratta ora di generalizzare queste iniziative, di inserirle in un quadro organico che possa metterle a disposizione di tutti, affinché anche i più restii – per svariati motivi, molti dei quali meritevoli di considerazione e di rispetto – non temano di seguire l’esempio di coloro che, più attrezzati a leggere i segni dei tempi, ne hanno colto inviti e direzioni per attuare un’evangelizzazione meno ripetitiva e stanca, più adeguata alle novità e alle sfide di oggi. L’istanza della verifica in questi anni si è imposta con particolare urgenza; probabilmente perché, a fronte di pressanti documenti ufficiali che indicavano con precisione la necessità di percorrere vie nuove, molta della pastorale concretamente realizzata non riusciva a prendere le distanze da pratiche tradizionali ormai scarsamente efficaci; e anche perché molte sperimentazioni, pure utilmente avviate da più parti, non hanno valicato stretti ambiti spesso autoreferenziali, vietandosi così di proporsi come utili stimoli e strumenti di più generale miglioramento. Alla base di questi Orientamenti è pertanto attiva la consapevolezza della necessità di superare questo duplice rischio – della carenza di verifiche e della scarsa socializzazione di esperienze positive – forse non estraneo anche alla nostra Chiesa. Questo il motivo dell’articolarsi in essi sia di indicazioni per la revisione di quanto già si fa (e si è sempre fatto), dei suoi limiti e delle sue potenzialità, sia di proposte per la sperimentazione di vie nuove tanto nell’educazione quanto nell’evangelizzazione.
È con questi intendimenti che in un simile contesto, nel quale la pastorale diocesana e parrocchiale si prospettano come un vero cantiere aperto al contributo ed all’operosità non solo generosi, ma anche intelligenti di tutti, mi accingo a proporre alla Diocesi degli Orientamenti pastorali di massima che abbraccino gli anni del mio servizio in questa Chiesa.

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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1.2 Priorità non esaustive


Mi preme innanzitutto precisare che le linee che illustrerò, le quali di anno in anno proporranno all’attenzione diversi campi e aspetti della pastorale, non pretendono di essere né ottusamente costrittive
né presuntuosamente esaurienti. Al contrario si offrono come indicazioni e proposte che, da una parte, si affidano alla capacità critica e propositiva dei fratelli nel ministero e nella fede, dall’altra, non intendono imbrigliare la vita cristiana delle parrocchie, dei gruppi e dei singoli, che continuerà e maturerà anche in molti aspetti qui non presi in esame e comunque in tutta la ricca, variegata e impegnativa pastorale “ordinaria”. Penso, a modo di esempio, alla perdurante, indispensabile cura delle liturgie e all’iniziazione a una partecipazione consapevole, all’urgenza sempre attuale della pastorale giovanile e vocazionale, alla formazione permanente degli adulti perennemente da coltivare, alla pastorale dei malati e degli anziani che non può aspettare input dall’alto ...
Mio scopo è dunque segnalare delle priorità che abbisognano dell’attenzione di tutti i credenti, ciascuno a proprio e diverso titolo: esse non possono essere affidate soltanto alla tradizionale ripetitività, pena la loro definitiva perdita di mordente, la loro sempre meno arrestabile incapacità di proporsi alle nuove generazioni, di incidere nella vita di molti nostri contemporanei, di essere utilmente al servizio di quella nuova evangelizzazione che è un’ineludibile necessità, se non vogliamo che i giovani di oggi siano la prima di molte generazioni incredule.
Per non rimanere prigionieri di formule, è bene precisare che “nuova evangelizzazione” non è solo un bello slogan, ma è sinonimo di rilancio spirituale della vita di fede delle chiese locali, avvio di percorsi di discernimento dei mutamenti che stanno interessando la vita cristiana nei vari contesti culturali e sociali, rilettura della memoria di fede, assunzione di nuove responsabilità e di nuove energie in vista di una proclamazione gioiosa e contagiosa del Vangelo di Gesù Cristo” (La nuova evangelizzazione per la trasmissione
della fede cristiana, Lineamenta per il Sinodo 2012, 5) (nota 2).
Non esito a concordare con quanti ritengono questi anni cruciali per la conservazione della fede nelle nostre terre. Nonostante apparenze che a volte possono ancora indurre a un certo (superficiale) ottimismo circa la tenuta religiosa dei nostri cristiani, sono convinto che le sfide culturali, vistosamente operanti nelle grandi città e in molti Stati, covano sotto la cenere di tante nostre famiglie, morde anime e cuori di molti nostri giovani (nota 3). Non depone dolorosamente a favore di questa tesi, per citare solo qualche fatto, il diffondersi anche tra noi della crisi delle famiglie e della loro difficoltà a proporsi come ambienti educativi? Non sono del medesimo segno gli ostacoli che la scuola incontra a trasmettere valori oltre che nozioni; così come la generalizzata sfiducia nella politica che mette a repentaglio le basi del vivere civile e il riconoscimento di solidi valori condivisi? E ancora: non inducono a profondi esami di coscienza le opinioni di quanti denunciano l’impossibilità di continuare a educare ed evangelizzare come in passato?

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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1.3 Educazione ed evangelizzazione


Queste ultime osservazioni chiaramente fanno riferimento alla dimensione educativa, sulla quale i Vescovi, dietro preciso suggerimento del Papa, hanno deciso di indirizzare la riflessione e l’operatività dell’intera Chiesa italiana per tutto il presente decennio. Lo hanno fatto con il denso documento intitolato Educare alla vita buona del Vangelo, che costituirà la piattaforma ideale in base alle cui indicazioni dare vita ad una profonda verifica e a organiche e coraggiose sperimentazioni. È per questo che fin dall’inizio mi preme metterne in evidenza alcune linee essenziali, a partire dal suo assunto di fondo, che è quello di indurre a “rivisitare i momenti salienti dell’azione educativa delle comunità ecclesiali, in vista di un nuovo slancio della loro missione evangelizzatrice” (Consiglio permanente della CEI, gennaio 2011). Come già appare da queste affermazioni, educazione ed evangelizzazione si impongono come termini inscindibili di un binomio attorno al quale attivare attenzione, attuare revisioni e costruire progetti.
Sull’educazione è possibile – e auspicabile – una convergenza fra Chiesa e agenzie educative, innanzitutto le famiglie, specie in un momento in cui tutte sono costrette a confrontarsi con difficoltà e sfide inedite. Il momento non facile che oggi l’educazione sta vivendo è sotto gli occhi di tutti e non ha purtroppo bisogno di essere dimostrato. La sua drammaticità deve peraltro fare i conti con un duplice rischio: l’assuefazione, che induce a minimizzare e passare oltre, e la resa, causata dal senso d’impotenza e fallimento che spesso fa concludere con un in fondo irresponsabile ... ’non c’è niente da fare’.
Conseguenza di simili, diffusi atteggiamenti, è la possibilità di oscurare persino la grave posta in gioco e di produrre generalizzate dimissioni o abdicazioni. E invece occorre rispondere, con equilibrio ma anche coraggio, alle istanze di rinnovamento di cui l’educazione oggi è portatrice e destinataria e accettare la sfida a interpretare in maniera nuova e creativa una situazione inedita. Infatti il versante così drammaticamente problematico dell’educazione non deve oscurare del tutto la sua grandezza e bellezza, che oggi si propongono con anche più evidente capacità di interpellare: educare è un’azione bella e entusiasmante, con cui si accompagnano i giovani a sperimentare valori e a aprirsi a orizzonti nuovi.
Educare non è improvvisare o dispensare ricette, ma, instaurando relazioni impegnative e profonde, dare risposta a un’esigenza ineludibile impressa in ogni persona. Con la vita i genitori ci hanno dato il massimo delle possibilità, ma subito per tutti da dono diventa un grande compito: la sua crescita e la sua educazione. L’evangelizzazione, da parte sua, è la forma più alta di educazione che, lungi dall’escluderle, implica tutte le dimensioni della persona in un dinamismo di crescita armonica e complessiva. A motivo delle difficoltà con cui essa deve oggi confrontarsi, condivide in pieno le esigenze di rinnovamento, di invenzione, di nuova fondazione, già manifestate dall’educazione in generale. Ciò che occorre è “il contrario dell’autosufficienza e del ripiegamento su se stessi, della mentalità dello status quo e di una concezione pastorale che ritiene sufficiente continuare a fare come si è sempre fatto”(Lineamenta, 32). Che questo non sia più sufficiente si manifesta con evidenza sia nell’indifferenza giovanile in cui cadono tante nostre proposte e nella nostra più generale incapacità di intercettare la sensibilità, l’attenzione e i bisogni di molti uomini d’oggi, sia nei vuoti sempre più vistosi che le nostre comunità registrano: non possiamo ignorare o fare finta di niente di fronte al fatto che nelle nostre celebrazioni liturgiche mancano i volti di tanti ragazzi, delle giovani coppie, di molti che hanno deciso di fare a meno di Dio; manca chi ha perso il posto di lavoro e tutti coloro che, sofferenti o emarginati per svariati motivi, ci sentono distanti dalle loro problematiche. La sociologia al riguardo non ha dubbi: “Molte delle pratiche religiose a cui siamo stati abituati oggi non funziona” (L. Diotallevi). Di contro, purtroppo, “la situazione di affaticamento in cui si trovano parecchie comunità cristiane rischia di rendere debole la capacità di annuncio, di testimonianza e di educazione alla fede delle nostre chiese locali” (Lineamenta, 15), che scontano l’indebolimento dei percorsi abituali per l’annuncio e la trasmissione della fede. Di qui la necessità, innanzitutto per la Chiesa, di “essere evangelizzata, se vuole conservare freschezza, slancio e forza per annunciare il Vangelo” (Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 46, cit. in ib., 17). In particolare di fronte ai grandi cambiamenti del mondo contemporaneo, essa è chiamata all’ascolto, alla comprensione, alla revisione e alla rivitalizzazione del proprio mandato evangelizzatore (cfr. ib.3,4). I Vescovi prendono le mosse proprio dal convincimento che la questione educativa non è solo una “sfida”, ma anche un “investimento” “capace di rinnovare gli itinerari formativi, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone” (nota 4).
Dal momento poi che l’opera educativa della Chiesa è evidentemente legata al contesto in cui essa si trova a vivere e operare e alle dinamiche culturali di cui è parte, occorre la capacità di “interpretare ciò che avviene in profondità nel mondo d’oggi e di cogliere le domande e i desideri dell’uomo”, con l’obiettivo, tra l’altro, di “contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di superarne l’inconsistenza, promuovendo la capacità di pensare e l’esercizio critico della ragione” (Educare..., 7). È così che due protagonisti si accampano in primissimo piano, la famiglia e la Chiesa, chiamati a un rapporto rinnovato di collaborazione, indispensabile per affrontare alle attuali sfide educative che interpellano entrambe.
La famiglia pretende un’attenzione del tutto particolare, sia a motivo delle responsabilità che le competono nei confronti dei figli, sia della generalizzata crisi che attraversa. Se l’educazione è strutturalmente legata ai rapporti tra le generazioni, anzitutto all’interno della famiglia, oggi purtroppo occorre registrare il fatto che “le diverse generazioni vivono spesso in mondi separati ed estranei”. E inoltre, da una parte, i giovani hanno a che fare spesso con “figure adulte demotivate e poco autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni di vita e dedizione”, dall’altra si osserva che la famiglia è lasciata sola “a fronteggiare compiti enormi nella formazione della
persona, senza un contesto favorevole e adeguati sostegni culturali, sociali ed economici” (Educare..., 12). Eppure è noto a tutti che l’impronta lasciata dalla famiglia sulla coscienza e sulla vita di un bambino è unica e permanente. In essa si educa attraverso l’affetto e la fiducia che sa suscitare nella vita; attraverso l’esempio e quei valori che si respirano nell’aria di casa; si fa intravedere ciò che vale di più attraverso le scelte che insieme si compiono e che diventano di tutti, tutti coinvolti nella stessa storia familiare.
La Chiesa, da parte sua, rappresenta, con la parrocchia e la sua articolata pastorale, la “comunità educante più completa in ordine alla fede”: la catechesi si propone come “il primo atto educativo nell’ambito della sua missione evangelizzatrice”, la liturgia realizza una ”scuola permanente di formazione”, e infine “la carità educa il cuore dei fedeli” (ibidem, 40). Di qui l’esigenza che la Chiesa, riconoscendo l’importanza del rapporto che lega evangelizzazione e famiglia, ne promuova la declinazione in modalità adeguate, per non chiedere a quest’ultima più di quanto nell’attuale condizione di debolezza della sua funzione educativa essa può dare, ma anche per stimolarla a riscoprire il senso genuino della generazione umana, aiutandola pure a relazionarsi con le altre famiglie e a costruire insieme un nuovo modello educativo familiare.
In particolare una dimensione essenziale della pastorale, quella dell’iniziazione cristiana, si presenta come il terreno in cui favorire un loro più profondo incontro, che consenta il riconoscimento non solo dei limiti con cui essa fa più o meno vistosamente i conti, ma anche delle possibilità di una sua rinnovata realizzazione, che metta in moto modalità adatte a entrambe le istituzioni e le inoltri in un dialogo vero e in una collaborazione che promuova le loro migliori capacità. Infatti l’iniziazione “non è una delle tante attività della comunità cristiana, ma l’attività che qualifica l’esprimersi proprio della Chiesa nel suo essere inviata a generare alla fede e realizzare se stessa come madre” (ibidem). In questo nostro tempo essa deve attrezzarsi per coinvolgere meno inadeguatamente un numero non indifferente di cristiani anche adulti, di famiglie e genitori, che non l’hanno mai percorsa compiutamente, ma per lo più si sono solo limitati a compiere dei gesti religiosi senza comprenderne il significato e viverlo appieno. “Il campo dell’iniziazione è davvero un ingrediente essenziale del compito di evangelizzare. La ‘nuova evangelizzazione’ ha molto da dire su di esso: occorre, infatti, che la Chiesa continui in modo forte e de-
terminato quegli esercizi di discernimento già in atto, e allo stesso tempo trovi energie per rimotivare quei soggetti e quelle comunità che mostrano segni di stanchezza e di rassegnazione. Il volto futuro delle nostre comunità dipende molto dalle energie investite in questa azione pastorale e dalle iniziative concrete proposte ed attuate per un suo ripensamento e rilancio” (Lineamenta, 18).
Per tutti questi motivi la pastorale è chiamata ad un’operazione di revisione e rinnovamento che prenda le mosse dal ripensamento innanzitutto della catechesi dei primi anni; infatti è ormai generalizzata la convinzione che non solo “l’iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi costituisce una chiave di accesso a una realtà pastorale più ampia, che abbraccia in primo luogo i genitori e le famiglie” (ibidem), ma che l’inadeguatezza dei modelli tradizionali di reggere la sfida dell’attualità è la causa principale dei risultati generalmente non proporzionati alle energie profuse e alle intenzioni di chi vi opera. È per questo che, attorno a questa essenziale dimen-
sione dell’evangelizzazione, si è sviluppata un’intensa e profonda sperimentazione, che sta interessando buona parte della Chiesa italiana. Alla sua base sta il convincimento che individua “il motivo di crisi non in un aspetto o l’altro della prassi, ma nel modello stesso e nel suo rapporto inadeguato con la cultura attuale. Si tratta quindi non di ritoccare o di migliorare il modello, ma di ripensarlo con fedeltà e sapiente creatività” (A. Caprioli).
A conferma dell’importanza del tema educativo e della sua capacità di collocarsi al centro dell’agenda pastorale, coinvolgendo tutti i suoi “ambiti”, il documento enumera alcune esperienze peculiari o luoghi significativi che si propongono a verifica, riflessione e sperimentazione: “La reciprocità tra famiglia, comunità ecclesiale e società” (convocati a “stabilire una feconda alleanza per valorizzare gli organismi deputati alla partecipazione; promuovere il dialogo, l’incontro e la collaborazione tra i diversi educatori; attivare e sostenere iniziative di formazione su progetti condivisi”); “la promozione di nuove figure educative” (“laici missionari” qualificati per il primo annuncio, “accompagnatori dei genitori che chiedono per i figli il Battesimo o i sacramenti dell’iniziazione cristiana”, “catechisti per il catecumenato dei giovani e degli adulti”, “formatori degli educatori e dei docenti”, “evangelizzatori di strada nel mondo della devianza, del carcere e delle varie forme di povertà”); una “formazione teologica” (per “educatori e operatori pastorali qualificati per un’educazione attenta alle persone, rispondente alle domande poste alla fede dalla cultura e in grado di rendere ragione della speranza in Cristo nei diversi ambienti di vita”) (Educare ..., 54).
Infine il documento punta su alcune “priorità”: la cura della “formazione permanente degli adulti e delle famiglie”, il rilancio della “vocazione educativa” degli istituti di vita consacrata, delle associazioni e dei movimenti ecclesiali e la promozione di un “ampio dibattito” e di un “proficuo confronto” sulla questione educativa anche nella società civile (cfr. ibidem, 55). In sintesi e a conclusione, a dimostrazione della centralità di quanto sottolineato, mi preme fare notare che l’intero documento CEI può essere letto proprio alla luce dell’improcrastinabile esigenza di attuare una seria verifica dell’iniziazione in atto e dell’intera pastorale, specie nella sua capacità di rispondere alle esigenze della nuova evangelizzazione. I diversi capitoli offrono
altrettante prospettive per una realizzazione non estemporanea né dilettantistica di questa operazione da una gamma completa di punti di vista: da quello antropologico-culturale (capitolo 1, l’attenzione ai segni dei tempi e alle condizioni nuove in cui si colloca la sfida educativa), a quello biblico (capitolo 2, la pedagogia di Dio, lo stile educativo del Dio Trinità, attestato nelle Sacre Scritture), a quello pedagogico (capitolo 3, la centralità in particolare della relazione educativa) e infine a quello pastorale (capitolo 4, i soggetti educativi e le alleanze educative) (nota 5).
Il versante della sperimentazione, a sua volta, trova interessanti indicazioni nell’illustrazione di alcuni ambiti privilegiati che il documento addita e che costituiscono altrettanti nodi attorno a cui si sviluppa gran parte di queste note per quest’anno e per i seguenti: esso invita a “confrontare le esperienze di iniziazione cristiana di bambini e adulti nelle chiese locali, al fine di promuovere la responsabilità primaria della comunità cristiana, le forme del primo annuncio, gli itinerari di preparazione al Battesimo e la conseguente mistagogia per i fanciulli, i ragazzi e i giovani, il coinvolgimento della famiglia, la centralità del giorno del Signore [...]” (ibidem, 54).
Anche la nostra pastorale ordinaria è già ampiamente impegnata in molti dei campi segnalati, dal momento che essa si sforza di coprire l’ampio spettro dell’esperienza cristiana e che non ha esitato negli anni a confrontarsi con le problematiche emergenti. Ciò che questi Orientamenti si propongono è soprattutto di promuovere, alla luce delle linee illustrate, la maturazione dell’intera Chiesa diocesana, additando di anno in anno settori limitati ma importanti di verifica e sperimentazione, che coinvolgano e favoriscano una sinergia sempre più profonda fra Chiesa e agenzie educative, parrocchie e famiglie, attorno ai temi dell’educazione e dell’iniziazione cristiana. Si tratta di incamminarsi insieme con autentica convinzione sulla strada dell’impostazione catecumenale della pastorale, che in questi anni si è proposta come propriamente capace di intercettare e valorizzare le istanze educative ed evangelizzatrici più significative e che nell’iniziazione cristiana convoca organicamente protagonisti e ambiti; infatti “esige un diretto coinvolgimento della comunità e dei genitori; uno stretto raccordo tra il primo annuncio, la catechesi, le celebrazioni liturgiche (in primo luogo l’eucaristia domenicale), la carità e gli impegni concreti sul piano missionario e sociale; la continuità ‘mistagogica’ dopo la celebrazione del sacramento” (ibidem, 9). Come si può intuire, le implicazioni di tale opzione possono avere ricadute positive sull’insieme dello stile pastorale e fare in modo che ogni iniziativa e attività – anche le più feriali e ordinarie – esplichino tutta la loro capacità di risveglio della fede e di strumento per far passare da un’appartenenza debole a una consapevolezza compiuta. È una scelta essenziale per la Chiesa d’oggi, che, se praticata con metodo, può introdurre nel nostro modo di essere e operare un dinamismo ricco, tale da imprimere forti connotati di impegno e
novità in svariate direzioni e da condurre le persone a “una progressiva consapevolezza della fede, mediante itinerari differenziati di catechesi e di esperienza di vita cristiana” (ibidem, 40).


CAPITOLO 2: La famiglia al centro

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
--------------------------------------
CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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2.1 Una lettura in chiaroscuro

Prima di passare a illustrare in dettaglio il senso e le modalità delle proposte riguardanti i prossimi anni, a integrazione di quanto già enunciato e a motivo della sua centralità, mi pare opportuno delineare almeno un abbozzo di esame all’attuale condizione della famiglia.
Essa è interessata da tutte le proposte pastorali che saranno illustrate, che la chiamano in causa non come passiva fruitrice di iniziative calate dall’alto, ma come protagonista primo e partner indispensabile di un itinerario educativo, umano e di fede che possa contare su qualche possibilità di successo e che risponda alle irrinunciabili esigenze oggi chiaramente in primo piano.
Anche il fatto che il 2012 sia stato proclamato dall’ONU “anno internazionale della famiglia” e che a Milano sia in programma una grande riunione internazionale delle famiglie cattoliche ci inducono a puntare l’attenzione su una realtà di vita tanto centrale, ma non sempre considerata con il riguardo che meritano sia i suoi problemi che i suoi compiti e le sue potenzialità.
Infatti, affermare che la famiglia oggi è in difficoltà è sfondare una porta aperta, è dire tutto e insieme niente, tanto si tratta di un convincimento facilmente constatabile e generico. Per definire lo stato in cui versa, spesso si fa ricorso a immagini belliche: è “sotto assedio”, a rischio di “agguati”, al centro di un “tiro incrociato” di nemici interni ed esterni ... Anche il Papa, nell’esortazione apostolica Verbum Domini, afferma che la famiglia “oggi è posta per molti aspetti sotto attacco dalla mentalità corrente” (85). In effetti è illuminante passare in rassegna, sia pure brevemente, una serie di problemi della famiglia, la cui genesi può essere ravvisata o dentro le sue stesse dinamiche, o di provenienza esterna. Al suo interno s’impongono in primo piano la fragilità di molti rapporti familiari, la loro incapacità di reggere alle prove del tempo, all’usura del quotidiano, all’impegno del lavoro e dell’educazione dei figli ... Legami spesso “feriti” immettono nei vicoli ciechi dell’inimicizia, dell’abbandono e della solitudine, da cui deriva una profonda compromissione delle capacità educative. Si tratta di un malessere profondo e diffuso, che si radica in rapporti interpersonali non del tutto chiari, in personalità non compiutamente mature, in stili di convivenza e di vita che negano nei fatti i valori della fedeltà, della durata, dell’impegno responsabile. Perché ciò che si manifesta, in ultima analisi, è precisamente una crisi di valori coltivati personalmente e condivisi come coppia e in famiglia. È chiaro a tutti che molti dei valori che un tempo trovavano nella famiglia il luogo naturale in cui essere riconosciuti e coltivati, oggi non sono più di moda e perciò essa ha smesso di essere attrezzata per adottarli e proporli.
Per di più, tra le generazioni, tra genitori e figli, si è innalzato un muro che spesso rende difficile e persino impedisce ogni dialogo che non riguardi la quotidiana routine, quasi “comunicazioni di servizio” e nient’altro. Lungi dal trasmettere valori, che al suo interno nessuno più riconosce e coltiva veramente, la famiglia stenta anche a trovare motivi e modalità di dialogo vero che sia condivisione di vita e comunione di intenti. Ogni componente, come una monade autosufficiente, percorre una sua traiettoria, isolata dagli altri, praticamente indifferente ad essi.
Tutto ciò anche perché la società nel frattempo è radicalmente mutata rispetto a quella che nel passato ha consentito alle famiglie di assolvere senza troppe difficoltà i loro compiti. Una società basata sull’individualismo, sulla logica del primato del materiale, sul predominio del denaro, sull’emarginazione – sociale, culturale, spirituale – dei valori di gratuità, solidarietà, amicizia, fraternità, comunità, non può che produrre pesanti contraccolpi sulla solidità e stabilità delle famiglie. Infatti negli ultimi decenni la società ha affrontato accelerati, profondi mutamenti, che si sono abbattuti come un vero ciclone su tutte le istituzioni e su ogni persona. La famiglia
si è così trovata al centro di un vero stravolgimento che, se ha sbalzato gli adulti in una condizione di spaesamento, ha lasciato spesso i giovani soli alle prese con la fatica di capire se stessi e il mondo. Molti genitori hanno finito con il percorrere, spesso rapidamente, tappe successive d’impotenza, scoraggiamento, demotivazione e dimissioni davanti al compito educativo, sentito sempre più come sfida impossibile. Così, molte famiglie sono finite nella perversa spirale della carenza di speranza e della solitudine. La prima, da parte sua, è anche il risultato di dinamiche socio-economiche che hanno i nomi di disoccupazione, precarietà, disagio e povertà (nota 6); ma anche frammentazione del soggetto, deriva verso la sfiducia, la paralisi, la demotivazione, il senso di impotenza, la pesantezza e la noia del vivere quotidiano: si tratta di altrettanti macigni che pesano sul cuore di genitori e figli, tarpano le ali ad ideali e sogni e costringono ad un’esistenza priva di orizzonti e di
luce. Anche la solitudine, per parecchi versi, è un effetto della situazione descritta: famiglie schiacciate dal peso di gravi problemi di sopravvivenza e speranza, quasi automaticamente si isolano, chiudendosi in un limbo di abbandono e resa. Il risultato di tutto ciò è che oggi non siamo più capaci di educare, non sappiamo più educare, forse non siamo neanche più convinti della necessità di farlo.
Ma una radiografia veritiera della famiglia d’oggi non può limitarsi a prendere atto di tali e così gravi problemi. Infatti non mancano testimonianze di famiglie che per quanto non vivano al di fuori del clima socio-culturale odierno – e dunque non ignorino nessuna delle situazioni descritte – hanno saputo trovare degli anticorpi per ciascuno dei problemi enunciati e realizzano, nella ferialità dell’impegno – ed in condizioni di mai totale sicurezza, e dunque non senza alterne vicende anche di errori e insuccessi – valori anche oggi degni di essere sperimentati e proposti. Nessuno nega
l’impegno che l’odierna situazione esige dai genitori, dal momento che non possono più dare nulla per scontato e devono continuamente rimotivare tutto. Si tratta di una condizione faticosa, che pretende maggiore determinazione, competenza, consapevolezza, libertà, cioè un’umanità più intensamente e profondamente rea-
lizzata. Esistono famiglie in cui si vivono queste dinamiche, in cui i figli, riconoscendo nei genitori delle guide in tanto credibili in quanto coerenti con ciò che propongono, si sentono accompagnati nelle varie fasi della crescita da un amore che è insieme tenero e autorevole, tale da rispondere alle loro esigenze di calore e sicurezza. In queste condizioni si crea un clima di fiducia reciproca, di apertura agli altri e al futuro che, per quanto difficile, si mostra affrontabile e non privo di prospettive. I genitori s’impegnano a svolgere il loro ruolo di educatori e testimoni e cercano quotidianamente di inventare modalità adeguate per farsi accettare come tali dai figli. Essi, di fronte alla crisi dei processi educativi tradizionali, non temono sia di porre mano alla revisione degli atteggiamenti adottati in passato, sia di sperimentare nuove modalità educative per affrontare in maniera adeguata e creativa una situazione inedita. Essi mettono quotidianamente in campo una volenterosa apertura di spirito che li rende capaci di assumere la responsabilità del futuro delle nuove generazioni e dell’intera società. Infatti l’educazione è un bene pubblico, in quanto ogni giovane “riuscito” e guidato alla realizzazione del proprio progetto di vita è un’importante risorsa non solo per la sua famiglia, ma per l’intera società. Essi, in sintesi, si aprono alle novità, scorgendovi non solo motivi di crisi, ma anche germi di promettenti possibilità, da affrontare con speranza e coraggio.
È innegabile che alla base di simili risultati ci sia un consapevole sforzo di reagire al clima culturale imperante, in buona parte ostile o almeno disinteressato alle sorti delle famiglie. Non raramente simili famiglie possono contare sull’appoggio di altre che condividono con esse difficoltà e sperimentazioni, progetti e realizzazioni.
Perché, se è vero che la solitudine aggrava e moltiplica i problemi familiari, la condivisione con altre famiglie è in grado di apportare un contributo di fiducia e di efficacia dal di fuori neppure immaginabile. Innanzitutto circa la volontà di non lasciarsi paralizzare dalle difficoltà e la ricerca di una progettualità educativa nuova.
Non si tratta, si badi bene, di un discorso retoricamente consolatorio. Si tratta di famiglie vere, che vivono accanto a noi, i cui figli frequentano le stesse scuole e i medesimi ambienti degli altri. Si tratta di genitori che modestamente e quotidianamente accettano la sfida dell’esistenza, che per esse è prima di tutte quella dell’educazione, reciproca e dei figli.

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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2.2 Direzioni dell’educazione


L’espressione “educazione reciproca” può stupire. Forse perché siamo abituati a pensare che l’educazione sia un processo univoco (dei genitori verso i figli) e abbia per destinatari principalmente bambini e ragazzi. Proprio tale concezione è alla base degli insuccessi cui assistiamo e di cui l’intera società soffre i contraccolpi.
Infatti l’educazione è un’operazione che non ha mai fine, ci accompagna dalla nascita alle estreme stagioni della vita: non cessiamo mai di imparare e di educarci. E lo facciamo soprattutto nel rapporto con chi ci vive accanto, con cui comunichiamo giorno dopo giorno, in uno scambio vicendevole tanto importante quanto modesto e persino sotterraneo. Sì, ci educhiamo l’un l’altro, reciprocamente, vivendo a contatto, condividendo progetti, costruendoli insieme, portando gli uni i pesi degli altri, dando agli altri il meglio di noi stessi, e comunque ciò che abbiamo e soprattutto siamo. L’educazione è relazione e la relazione è vita. Per questo, fino a che viviamo, fino a che siamo in relazione, siamo educandi e educatori.
Chi pretende di non avere più nulla da imparare è condannato all’insuccesso. Lo sa per esperienza chi ha più di un figlio: quanto è diverso l’uno dall’altro! Tanto che ciò che va bene per uno, per l’altro può risultare inefficace se non nocivo. A essere educatori si ricomincia sempre, a ogni figlio, persino ogni giorno, adattandosi umilmente a imparare dagli errori commessi ieri. È per questo che occorre una grande passione educativa, che significa volontà di mettersi costantemente in gioco e in questione, di lasciarsi interpellare dai fatti e dalle circostanze, di mettere in campo ogni volta tutto noi stessi, nella sincerità di doti e limiti, ma anche con il desiderio di migliorare ed essere utili.
Dal momento che la famiglia è la prima ed essenziale cellula di relazioni, il suo contributo è fondamentale e irrinunciabile. Tutti noi siamo figli della nostra famiglia, non solo perché ne portiamo il cognome o sul volto sono rintracciabili tratti dei nostri genitori, ma soprattutto perché da essa siamo stati formati nel carattere e educati. La privazione di ciò costituirebbe per ciascuno un handicap difficilmente colmabile e rischierebbe di trasformarsi in boomerang anche per altre vite. Sì, siamo figli delle nostre famiglie. Esse sono il nostro passato che mai cessa di condizionare il presente,
nel bene e nel male. Ma la famiglia è anche il nostro futuro, quello dei nostri figli e della società. Nonostante la grave crisi di speranza che sta gettando una pesante ombra sui progetti di molti giovani, una società senza famiglia è condannata in breve tempo al declino. Forse proprio per questo possono essere letti anche positivamente gli esperimenti cui i giovani sottopongono oggi l’istituto familiare, quasi stessero cercando di darle modalità di sopravvivenza in un contesto ostile e apparentemente povero di sbocchi.
Dunque gli adulti, i genitori, non cessano di educarsi, specie reciprocamente, anche in vista dell’educazione dei figli. La quale, se spesso lascia a desiderare, se da più parti non senza ragione se ne lamentano carenze e limiti, non può solo per questo mettere alla sbarra i giovani, ma innanzitutto noi adulti che non abbiamo saputo – o voluto – essere buoni educatori. È però vero che nell’accezione comune l’emergenza educativa chiama in causa innanzitutto ragazzi e giovani non adeguatamente educati. Ma la colpa per lo più non è loro, ma dei genitori e degli adulti in genere, che spesso non hanno svolto adeguatamente i loro compiti educativi o vi hanno addirittura rinunciato o abdicato. Anche se i più per pudore non ammetterebbero mai così gravi manchevolezze, è sotto gli occhi di tutti l’inefficacia educativa di molti genitori, dovuta innanzitutto a una vita che ha pochi valori da proporre ai figli. Se noi adulti ci nascondessimo dietro l’innegabile emergenza educativa per addossarne tutta la responsabilità ai giovani, compiremmo la più grave delle ipocrisie e ci porremmo nella condizione di escluderci del tutto la possibilità di tentare un recupero di credibilità e responsabilità. “I ragazzi oggi faticano a diventare adulti, perché non sono collocati in un palinsesto di ragioni, di valori, di affetti. Sono stelle filanti in un mondo in cui gli adulti si sono nascosti o non ci sono più [...]. È lo sfilacciamento del rapporto tra le diverse età che rende impossibile l’esperienza profonda di ogni età della vita. La nebulosità dell’età giovanile, corrisponde, infatti, nella nostra società, ad una altrettanto indistinta, fluttuante, inqualificabile età adulta” (R. Virgili).
Al contrario la famiglia, se lo vuole, se non si nasconde e non si arrende, può contare su grandi risorse educative che la fanno il luogo primo e ideale in cui sperimentare e trasmettere valori, in cui coltivare fiducia e apertura, in cui porre le fondamenta di un’autonomia che si declinerà in libertà e responsabilità. La natura non è avara di doni a genitori e figli. Si tratta di riconoscerli, chiamarli per nome, assumerli e consentire loro di esplicare tutto il provvidenziale e straordinario dinamismo che è loro consentito. Tutti noi conosciamo, per averlo sperimentato di persona (almeno come figli), la profondissima capacità di amore che abita i genitori e li abilita ad una dedizione e disponibilità sconfinate; conosciamo la loro capacità di pazienza e perdono che li rende ideali compagni di viaggio di figli cui a volte piace sbagliare e non solo a proprie spese; conosciamo il desiderio di bene, salute e felicità che induce i genitori a spendere per i figli il meglio delle loro energie e dei loro anni. Essi, comportandosi così, testimoniano, da una parte, il riconoscimento del valore incommensurabile dei figli, dall’altra la consapevolezza della loro fragilità, che dipende totalmente dalla propria dedizione.
Certo tutto ciò non è sempre né spontaneo, né facile. I mali della famiglia prima enumerati possono intaccare tutte queste qualità naturali e renderne difficile la pratica. Lo documenta il fatto che non sono solo le famiglie snaturate a guadagnarsi le pagine della cronaca. Concretamente ogni famiglia, tutti i genitori, sono chiamati a lottare quotidianamente, ad auto-educarsi (e a farlo reciprocamente) per impedire alle forze avverse di avere la meglio sulle loro qualità naturali. Perché incombono su tutti i rischi concreti dell’impreparazione e dello scoraggiamento, dello scetticismo e della crisi di fiducia nella vita, della resa e dell’abdicazione.
Perché educare non consiste solo nella trasmissione di verità, principi, comportamenti, ma è un’arte che si realizza solo in un rapporto vero e profondo tra persone, ed esige preparazione, dedizione e passione. Ogni bambino nasce portando in sé un diritto fondamentale: quello di essere accudito, curato e, più profondamente, educato. Le famiglie che per vari motivi non si prodigano in questi compiti, vengono meno al più essenziale dei loro doveri, defraudano gravemente i loro figli. Ma se accudire e curare, specie nei primi anni, per quanto gravoso, può essere sperimentato come naturale ed anche appagante, l’impegno educativo, distendendosi nelle stagioni della vita, richiedendo inventiva, adattamento e costanza, si presenta con istanze meno lineari e facili. Eppure senza di esso non c’è esistenza che possa dispiegare tutte le sue possibilità, non c’è vita che possa aprirsi con pienezza e responsabilità alla vocazione che porta inscritta in sé, ma che chiede di essere aiutata a manifestarsi e accompagnata a realizzarsi, passo dopo passo, anche attraverso gli innumerevoli meandri delle prove, degli smarrimenti, persino degli errori. Come è facile intuire, si tratta di altrettanti motivi che proclamano l’esigenza di educatori non solo volenterosi, ma anche preparati ad accompagnare i figli nelle varie età, aiutandoli a trarre da sé le migliori energie e risorse, e ad utilizzare a tal fine il meglio dei valori già sperimentati, vissuti e testimoniati dai genitori. A simili condizioni questi potranno gioire della soddisfazione che deriva da un’educazione condotta a buon fine, da figli che crescono nella serenità, nella responsabilità, nella fiducia e nella riconoscenza. Non c’è attività umana il cui esito risulti più appagante. Nessuno può essere più felice di una mamma e un papà che vedano i figli realizzare – a modo loro e secondo le diverse esigenze dei tempi – i valori a cui essi li hanno introdotti. Per questo, come dice il Card. Martini, “l’educazione è un’arte gioiosa”, perché il suo scopo è la “creazione armoniosa e felice il più possibile di una persona umana. La soddisfazione e l’appagamento primo e sommo sono dati a un vero artista dal capolavoro uscito dalle sue mani”. Si tratta di esperienze profonde e coinvolgenti perché non sono circoscritte ad una direzione (quella del dare, quella che va dai genitori ai figli), ma risultano arricchenti gli adulti con modalità capaci di ripagare generosamente l’impegno profuso: “Accompagnare un figlio nel compito e nella responsabilità di diventare se stesso è una straordinaria avventura umana, che permette anche all’adulto di scoprire aspetti nuovi della vita e della sua stessa personalità” (Rapporto sulla sfida educativa, a cura del Comitato per il Progetto Culturale della CEI). A condizione di accogliere con rispetto la verità dell’altro, non solo per poter intrattenere con lui dei rapporti significativi, ma anche perché ci rivela chi siamo. Quanta verità per noi adulti nell’esistenza infantile! E quanto bisogno, da parte di ragazzi e giovani, di adulti veri!
Da una simile, reciproca relazione, possono derivare la fiducia nel futuro e in ogni vita, uno sguardo positivo sul mondo e sulla società, non disgiunto dalla consapevolezza dei problemi e da un costruttivo atteggiamento critico, non appiattito sulla resa alla sfiducia e all’imperversare dei modelli imperanti: si educa perché si crede nel futuro e s’intende collaborare a costruirlo; lo si fa per un atto di fiducia, oltre che di responsabilità, verso le nuove generazioni. Il credente ha la certezza che Dio è all’opera nel cuore di ciascuno. La speranza dà un punto di vista inedito per guardare alla stessa emergenza educativa: quello di chi non si lascia paralizzare dalla paura o dal pessimismo che deresponsabilizzano, ma continua a lavorare con intelligenza (cfr. ibidem).
Le non poche famiglie riuscite, che vedono crescere i figli nella condivisione dei valori ricevuti dai genitori, testimoniano con forza che a tanto impegno è accessibile un esito positivo: non mancano, anzi sono più numerosi di quanto la grancassa media-
tica voglia far credere, i giovani educati e le famiglie felici! Ma certo niente è stato loro regalato.
Certo si tratta di genitori che accettano di mettersi in gioco nell’educazione dei figli, che rifuggono dal pretendere da loro ciò che essi stessi non fanno, che sanno essere dispensatori di fiducia nel futuro grazie al loro presente impegnato ma sereno, che
testimoniano ragioni di vita capaci di suscitare amore e dedizione. In un simile ambiente è possibile maturare esperienze significative durature e stabili – e non vivere solo esperimenti frammentari e fine a se stessi –, crescere nella scoperta e nel-
l’esercizio di una vocazione, cioè nella costruzione di un progetto di vita.
In sintesi, si tratta di non lasciarsi paralizzare dalle oggettive difficoltà dell’educazione – e del gran parlare che si fa di esse – rischiando così di dimenticare quanto è bello veder che anche grazie alle nostre azioni, per quanto talvolta incerte, sboccia e fiorisce la novità e la ricchezza di una persona.

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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2.3 L’educazione religiosa


Chi crede, sa che la fede è il più alto tra i valori, quello capace di dare fondamento e significato a tutti gli altri, a cominciare dalla libertà e dall’amore. Ebbene, anche in questo campo alla famiglia compete un compito essenziale. Perché, se è vero che la fede è dono di Dio, essa per attecchire e crescere abbisogna di un ambiente che solo la famiglia può fornirle nel modo più appropriato. “In un mondo che spesso sente Dio come superfluo o estraneo [...] non esiste priorità più grande di questa: riaprire all’uomo di oggi l’accesso a Dio, al Dio che parla e ci comunica il suo amore perché abbiamo vita in abbondanza” (Benedetto XVI, Verbum Domini, 2). Lo sappiamo per esperienza: normalmente è nella famiglia che la fede nasce e si sviluppa, più di ogni altro valore, per osmosi, con il clima che si respira, le pratiche che si compiono, la testimonianza che si apprezza. Se persino l’immagine infantile di Dio deve molto al ruolo e alle figure dei genitori, capiamo la loro responsabilità al riguardo. Non c’è bambino che non pensi, alle prese con i primi insegnamenti religiosi: “Dio è grande e buono come il mio papà”, “Dio mi ama come la mia mamma!”. Che cosa c’è allora di più bello e grande, di più nobile e impegnativo, che essere genitori, tanto da prestare la propria persona a decodificare il volto e il cuore di Dio?
A riguardo in particolare del contributo all’educazione religiosa di quello che Giovanni Paolo II chiamava il “genio femminile” (Cfr. Lettera alle donne), l’attuale pontefice afferma che le donne “sanno suscitare l’ascolto della Parola, la relazione personale con Dio e comunicare il senso del perdono e della condivisione evangelica, come pure essere portatrici di amore, maestre di misericordia e costruttrici di pace, comunicatrici di calore ed umanità in un mondo che troppo spesso valuta le persone con freddi criteri di sfruttamento e profitto” (ibidem, 85). Ciò senza sottovalutare il fatto che se “oggi viene enfatizzata la dimensione materna, mentre appare più debole e marginale la figura paterna, in realtà è determinante la responsabilità educativa di entrambi. È proprio la differenza e la reciprocità tra il padre e la madre a creare lo spazio fecondo per la crescita piena del figlio” (Educare..., 27). L’educazione alla fede, nella valenza complessiva che le è propria, non è estranea all’educazione sic et simpliciter. Anzi le attribuisce un di più di significato che è quello proprio che la fede apporta alla vita.
L’educazione al senso di Dio è capace di aprire, più di ogni altra istanza, a quel “tu” e a quel “noi” che sono le fondamentali relazioni in grado di dare senso e valore ad ogni esistenza. Si tratta, infatti, di costruire un “io” che per essere strutturato in sé ha bisogno di conoscere e sperimentare il contributo che solo la relazione può apportargli: “È essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro, l’”io” diventa se stesso solo dal “tu” e dal “voi” (Benedetto XVI, Discorso all’Assemblea Generale CEI, maggio 2010). Sappiamo che esistenze chiuse, autosufficienti, narcisistiche, per quanto numerose e reclamizzate, non possono pretendere di conseguire la realizzazione delle migliori possibilità umane. In questo senso l’educazione religiosa si propone come inarrivabile strumento di formazione umana solida, strutturata e aperta. Per questo l’educazione alla fede non è secondaria ad altre, né può essere demandata a estranei. Essa è compito tipico e primario dei genitori, si pone al culmine delle loro prerogative e ne costituisce la più alta vetta. Essa però, anche se può contare su una dotazione naturale che la rende ricca di intuizioni e perciò di possibilità, oggi più che mai ha bisogno di essere assunta consapevolmente, sorretta e guidata da strumenti che fortunatamente non mancano. Sì perché oggi l’educazione religiosa di ragazzi e giovani è al centro di problematiche che la rendono anche più difficile di altre dimensioni educative. Per questo i genitori credenti, che non vogliono rinunciare in partenza a questo compito, non possono ignorare le sfide che devono affrontare.
Si tratta di scoprire la vocazione trascendente dell’uomo e la relazione primaria che dà senso a tutte le altre, quella con Dio, grazie al quale è possibile cogliere con chiarezza la nostra identità e il nostro destino. Collocandosi a questi livelli, è intuibile che l’opera educativa non tolleri che si circoscriva l’impegno e la testimonianza a gesti, scelte, periodi, campi, ma chiama in causa e compromette tutta la vita.
L’educazione religiosa autentica, al pari dell’educazione vera, non solo non ammette deleghe, ma non consente vacanze o riposo, né si accontenta di un mezzo servizio. Essa pretende delle persone complete e convinte, che alle parole fanno precedere e seguire i fatti, che sanno di non essere perfette ma che cercano di essere coerenti, consapevoli di giocarsi in questo campo ciò che più conta nella vita; persone animate da autentica passione per le cose che dicono, perché le credono vere, ma soprattutto perché le vivono. Solo a queste condizioni possono diventare educatori credibili.
Tutto ciò nel grande contesto della libertà, che è insieme premessa e scopo dell’educazione. Questa non può realizzarsi se non facendo appello a tale fondamentale valore della persona dell’educando e contemporaneamente proponendosi di servirne la crescita e lo sviluppo in modo tale che diventi responsabilità. Senza libertà e responsabilità non si dà alcunché di veramente umano, men che meno si possono instaurare relazioni significative con Dio. Come non c’è educazione senza libertà, così non c’è educazione religiosa senza di essa, perché Dio, che è amore, è garanzia di libertà. Infatti Dio non solo non è nemico della libertà, ma è il suo più sicuro alleato ed il suo fondamento, dal momento che è Amore e dove c’è esperienza di amore non può mancare la libertà. “Al centro dell’esperienza cristiana c’è l’incontro tra la libertà di Dio e quella dell’uomo, che non si annullano a vicenda. La libertà dell’uomo, infatti, viene continuamente educata dall’incontro con Dio, che pone la vita dei suoi figli in un orizzonte nuovo” (Educare ..., 28). Se Dio ci vuole persone libere e responsabili, chi educa lavora alla realizzazione di un progetto che lui per primo ha pensato e coltivato per noi.
Il Dio che ha preferito per noi l’esistenza al nulla, che gratuitamente ci ha voluto partecipi dell’inesauribile corrente di amore e di vita che lo abita, ci chiama ad accogliere il dono del rapporto con lui e a viverlo con consapevolezza, gioia e gratitudine. Educare alla fede è introdurre bambini, ragazzi, giovani alla scoperta e all’adesione a tali grandiose coordinate, dotate di un’infinita capacità di dare direzione e significato a ogni vita. “Siamo stati portati in una culla eterna, nel pensiero e nell’amore di Dio; e se un grembo di donna ci ha accolti in questo mondo, tale grembo è la prima immagine di Dio, in qualche modo impressa nel nostro essere fin dalle origini, profondamente scolpita in noi, assolutamente incancellabile, come un’icona della maternità di Dio, o di quell’amore che è la spiegazione di tutto, ma che è esso stesso senza spiegazione. Il vero mistero è la vita, non la morte [...]. Il miracolo è la gratuità assoluta di questa vita come esistenza ricevuta, ricevuta in dono da una Volontà buona che mi ha preferito alla non esistenza, da un Dio che mi ha disegnato sulle palme delle mani (cfr Is 49,16) (A. Lanfranchi).

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
--------------------------------------
CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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2.4 Fede e educazione permanente

Se dunque l’emergenza educativa chiama in causa innanzitutto gli adulti e se la crisi della famiglia ha il suo baricentro nelle difficoltà dei genitori, non si possono sottovalutare le responsabilità di cui gli adulti sono titolari nella trasmissione della fede e le implicazioni che li coinvolgono al riguardo. Fa parte della saggezza popolare il convincimento che nessuno può dare ciò che non ha. Questo vale in sommo grado a proposito di valori e di educazione. E, a titolo particolare, nel campo della fede. Siamo tutti testimoni del diffuso costume di genitori che mandano i figli al catechismo e alla Messa, senza da parte loro alcuna condivisione di tali pratiche e di ciò che esse comportano. Non stupisce allora l’esito di addio che per molti ragazzi registra la celebrazione della cresima: diventati almeno inizialmente padroni delle proprie scelte, essi si affrettano ad adeguarsi al comportamento dei genitori; finito il catechismo, anche la Messa e la partecipazione alla vita comunitaria cessano di avere qualsiasi significato e valore. E con ciò insieme si certifica il totale fallimento del percorso di iniziazione cristiana, che si conclude con il suo contrario, l’abbandono, per lo più visto come liberazione e persino responsabilità e coerenza. Tali valori, si presentano nella loro accezione negativa, opposta a quella che competerebbe loro se
solo fossero testimoniati da genitori che prendono sul serio la fede e ne vivono le dimensioni vere, che chiamano in causa esattamente, nella loro declinazione positiva, libertà, responsabilità e coerenza. Ma questi risultati possono essere conseguiti solo se gli adulti credenti – i genitori – accettano di considerare la fede un dinamismo che accompagna tutte le fasi della vita e necessita di esercizio e alimento da cui dipendono la vitalità e l’efficacia.
Oggi più che mai la fede non può più contare su puntelli ambientali che in passato a lungo ne hanno garantito la continuità senza la necessità di un particolare impegno personale. Ma, come sappiamo, si trattava di un’eredità per così dire passiva, che veniva quasi naturalmente tramandata da una generazione all’altra, un’appartenenza soprattutto sociologica che perciò non sempre poteva pretendere di segnare in profondità le vite e di dare luogo a scelte veramente personali e coerenti. Questa fragilità è stata impietosamente smascherata dal cambiamento culturale in atto da decenni, nei quali molti sedicenti credenti, non più “costretti” da vincoli sociali, hanno rinunciato a un’identità non veramente condivisa e si sono adeguati senza sforzo alla fine di un cristianesimo di facciata: “Nel frantoio del cambiamento la fede si è trovata fragile, debole, incapace di passione e di resistenza, priva di ragioni forti” (C. Mazza). Gli scossoni di un simile passaggio non hanno ancora cessato di ripercuotersi sia in molti genitori, sia in generazioni di ragazzi e giovani. In questo contesto un convincimento si è potentemente imposto: la necessità, per chi vuole continuare a essere cristiano, per chi vuole diventarlo per scelta personale e non per
imposizione esterna, di adattarsi a un serio percorso formativo che, specie nel nostro tempo di passaggio, abbisogna di particolare cura e impegno.
Anche a questo riguardo, l’esperienza di significative minoranze che hanno intrapreso una simile strada si propone come interessante testimonianza delle possibilità che le sono connesse: si tratta di genitori che, come coppia e insieme ai figli, percorrono itinerari di riscoperta della fede – nelle sue varie dimensioni di ascolto e preghiera, carità e testimonianza – della sua capacità di appeal anche per le nuove generazioni. Questa impostazione, se da una parte fa risaltare l’inadeguatezza di molta pastorale che si limita a stanca ripetizione di quanto si è sempre fatto nel tentativo di perseguire una continuità soprattutto difensiva, dall’altra evidenzia le possibilità che sperimentazioni coraggiose, ma non eccezionali possono portare nel campo dell’educazione alla fede di genitori e figli e in quello della formazione permanente di adulti e giovani.


CAPITOLO 3. Tappe annuali

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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Nel contesto fin qui tratteggiato, indispensabile per capire il significato e la direzione di quanto segue, passo ora a delineare in sintesi le tappe del percorso pastorale che intendo proporre alla Diocesi per i prossimi sei anni. Come ho già detto, si tratta di priorità che pretendono particolare attenzione e dedizione, ma che non esauriscono
l’intera evangelizzazione, la quale dovrà pertanto continuare nelle sue varie articolazioni, potendo progressivamente fruire dell’apporto di scoperta e novità che verranno dalle sperimentazioni che saranno attivate e messe in comune. Il loro scopo, già enunciato, è quello di porre il maggior numero di credenti – sacerdoti e operatori pastorali, diaconi, catechiste e insegnanti, religiose e religiosi, laici maturi nella fede e famiglie responsabili – nella condizione di poter guardare ai loro compiti di educazione e evangelizzazione senza lasciarsi paralizzare dalle difficoltà presenti, ma scorgendo nelle sfide attuali delle opportunità di rinnovamento e miglioramento. L’esperienza ci dimostra che questi risultati, a motivo della complessità della situazione in cui ci troviamo, non possono in alcun modo essere raggiunti da singole persone, da parrocchie o famiglie da sole, ma abbisognano di strumenti – di verifica, analisi e proposta – che chiamino in causa responsabilità complessive e coinvolgano la partecipazione di tutti a progetti comuni. Solo a queste condizioni sarà possibile non arrendersi alle prime difficoltà, non perdersi nei meandri dei problemi, non chiudersi in tentativi velleitari, non tenere per sé risultati degni di essere divulgati. Solo a queste condizioni la Chiesa diocesana – famiglia di parrocchie –
e le parrocchie – famiglie di famiglie – realizzeranno quella comunione, dono dello Spirito, che per potersi esplicare compiutamente postula tutta la nostra dedizione come fratelli nella fede e figli dello stesso Padre. In questo modo nessuna famiglia o parrocchia in difficoltà sarà ignorata dalle altre, lasciata sola a dibattersi nei suoi limiti, abbandonata a un destino di chiusura, insuccesso, resa. Al contrario, famiglie e parrocchie, comunità e istituzioni, facendo convergere le loro forze attorno a obiettivi comuni e metodi omogenei, potranno crescere insieme e così rispondere più adeguatamente ai loro compiti.
Tutto ciò con un’avvertenza: spesso non si tratta di fare di più, di aggiungere impegni a un’agenda già faticosa. Non occorre moltiplicare le già numerose iniziative pastorali, bensì orientare la pastorale ordinaria secondo un coerente progetto educativo, cioè fare con prospettive nuove e con spirito diverso le attività ordinarie. Per lo più si tratta di fare meglio, forse persino solo diversamente, tante “cose” già in calendario. Diversamente, cioè con più acuta attenzione alle esigenze attuali dell’educazione e alle istanze inedite della nuova evangelizzazione; meglio, cioè non da soli ma insieme, non qualche volta ma sempre, non per forza ma convintamente, non come capita, ma con metodo.

1. Anno 2011-2012: parrocchia e famiglia insieme

Tre passi (più uno)
– Cominciare a guardare con più attenzione all’iniziazione cristiana da 0 a 6 anni, puntando sulla formazione di gruppi di genitori, da accompagnare
• sia nella preparazione al Battesimo (pastorale pre-battesimale),
• sia nei mesi immediatamente successivi (pastorale post-battesimale), • sia negli anni che precedono l’inizio della scuola primaria dei figli (3-5/6 anni)
– Dedicare maggiore cura alle famiglie dei ragazzi frequentanti il catechismo, con opportune iniziative di stimolo, coinvolgimento e proposte di itinerari paralleli a quelli dei figli.
– Promuovere la preghiera serale in famiglia, inizialmente almeno in Avvento e Quaresima o in prossimità delle grandi festività.
– Predisporre tutto ciò che è necessario per l’avvio dei corsi di
teologia per laici, che dovranno iniziare nel 2013.

2. Anno 2012-2013: catechesi e famiglia

Tre ambiti
– Sperimentare qualche percorso di rinnovamento della catechesi, in un cammino condiviso, coordinato dagli uffici diocesani.
– Promuovere la spiritualità familiare, da sviluppare in gruppi famiglia, gruppi del Vangelo, comunità di giovani sposi.
– Avviare itinerari seri e organici di teologia per laici, anche in vista della promozione di nuovi operatori pastorali da specializzarsi nei vari ambiti.

3. Anno 2013-2014: i sacramenti e la formazione

Due proposte:
– Valorizzare i sacramenti (Battesimo, Cresima, Eucaristia) e la liturgia (Messa domenicale), sia nelle fasi di preparazione che in quelle di partecipazione.
– Proseguire e divulgare i corsi di teologia per laici e ampliare la sperimentazione catechistica con la proposta di organici itinerari catecumenali per tutti.

4. Anno 2014-2015: missioni

Una nuova iniziativa (mentre continuano tutte le altre)
– Annuncio straordinario del Vangelo mediante le missioni, in parte diocesane, in parte parrocchiali.

5. Anno 2015-2016: verifiche e pellegrinaggi

Due iniziative
– Verifica, da parte di tutti gli organismi pastorali, anche alla luce del Convegno Ecclesiale di metà decennio, del percorso compiuto in questi anni, per rendersi conto della qualità della sua realizzazione, delle ricadute sul rinnovamento della catechesi  e della pastorale, del suo contributo alla realizzazione di un nuovo volto di parrocchia, della diffusione della corresponsabilità ecclesiale nelle famiglie e nei laici in generale, dell’assunzione della dimensione educativa come centrale in ogni attività.
– Pellegrinaggi nei santuari diocesani, in quelli mariani e della cristianità (Roma, Terra santa ...).


CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 parrocchia e famiglia insieme


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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
--------------------------------------
CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste

Alla luce delle osservazioni fin qui condotte, non stupisce che, come ho già più volte evidenziato, la famiglia si accampi al centro delle preoccupazioni del documento dei Vescovi – e di questi Orientamenti – non solo per le vistose criticità che essa manifesta, ma anche per le responsabilità e le possibilità che le sono affidate.
Le criticità non sono meno gravi per il fatto che, come abbiamo osservato, sono a tutti note a motivo della loro diffusione. Esse incidono profondamente – e negativamente – non solo sugli adulti, da cui per lo più si originano, ma soprattutto sui figli proprio nel cruciale periodo della formazione delle loro personalità, in cui abbisognerebbero della guida calda e concorde di mamma e papà e della loro testimonianza di amore e di valori. Il fatto che spesso ciò non accada pone sulle giovani spalle di bambini e ragazzi un peso di lacerazioni e smarrimento difficilmente sopportabile, che la società – e la nostra pastorale – non possono ignorare. Tanto grandi e tanto importanti sono i compiti e le risorse della famiglia, che essa non può più restare in secondo piano nella nostra evangelizzazione. Non può più limitarsi a essere genericamente chiamata in causa con monizioni e inviti tanto generici quanto inefficaci, né può continuare a essere destinataria passiva di iniziative per forza di cose poco incisive. È il momento di porre la famiglia attivamente al centro della pastorale, per farle prendere coscienza dei suoi compiti e delle sue possibilità e per accompagnarla nella funzione educativa, anche religiosa, che spetta innanzitutto a essa. Che i genitori siano i primi a poter offrire ai figli fin da piccoli la possibilità di cercare Dio e di conoscere la via che conduce a lui, non deve restare una bella teoria del tutto negata dalla pratica di troppe famiglie. Non possiamo tollerare come non modificabile il fatto che il cammino di fede delle famiglie che chiedono i sacramenti per i propri figli sia spesso ridotto ai minimi termini o che non si possa presupporre quasi nulla riguardo alla loro educazione alla fede nelle famiglie di provenienza nei bambini che si affacciano al catechismo. Se mai tali fatti devono indurci a ripensare anche radicalmente l’iniziazione cristiana nel suo insieme e gli strumenti catechistici che l’accompagnano. È urgente rivedere i cammini di catechesi alla luce della responsabilità primaria dei genitori nell’educazione alla fede dei propri figli, unita alla necessità di una formazione più sistematica delle coppie che chiedono il Battesimo. Già in un documento di quasi dieci anni fa i vescovi italiani affermavano con grande chiarezza: “L’iniziazione cristiana dei fanciulli interpella la responsabilità originaria della famiglia nella trasmissione della fede. Il coinvolgimento della famiglia comincia prima dell’età scolare, e la parrocchia deve offrire ai genitori gli elementi essenziali che li aiutino a fornire ai figli l’’alfabeto’ cristiano. Si dovrà perciò chiedere ai genitori di partecipare a un appropriato cammino di formazione, parallelo a quello dei figli. Inoltre li si aiuterà nel compito educativo coinvolgendo tutta la comunità, specialmente i catechisti, e con il contributo di altri soggetti ecclesiali, come associazioni e movimenti” (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 7). E alla pagina precedente, molto significativamente per le riflessioni che andiamo facendo: “Non si può più dare per scontato che si sappia chi è Gesù Cristo, che si conosca il Vangelo, che si abbia una qualche esperienza di Chiesa. Vale per fanciulli, ragazzi, giovani e adulti; vale per la nostra gente e, ovviamente, per tanti immigrati, provenienti da altre culture e religioni. C’è bisogno di un rinnovato primo annuncio della fede. È compito della Chiesa in quanto tale, e ricade su ogni cristiano, discepolo e quindi testimone di Cristo; tocca in modo particolare le parrocchie. Di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali” (Ibidem, 6).
Sono del parere che non possiamo ritenere di avere fatto al riguardo tutto quanto potevamo e ci era chiesto. È forse il caso di non perdere altro tempo e di inoltrarci decisamente nella direzione che non solo i documenti ufficiali, ma anche i segni dei tempi, sottoposti a evangelico e comunitario discernimento, indicano. Sempre ricordando che “il discernimento matura a partire dalla considerazione, ricerca, conoscenza, comprensione della realtà [...]; la condizione essenziale per il discernimento è la possibilità di fermarsi a riflettere su ciò che si fa e investire sull’incontro e sul confronto con altri soggetti; pertanto, il tempo, l’incontro, la relazione e la comunità sono elementi portanti per il discernimento” (V. Nozza).
Tutto ciò senza dimenticare l’importante lezione della prima parte della Lettera ai cercatori di Dio: essere noi per primi, noi credenti, non solo esperti di doverose e giuste risposte, ma anche di domande; lasciare che nelle persone possano accendersi e prendere forma interrogativi importanti; dare valore a gesti usuali, a volte tradizionali (e forse anche purtroppo convenzionali), facendo emergere la forza interrogativa che essi suppongono: cosa significa per te la vita umana? Perché desideri per lui/lei il Battesimo e gli altri sacramenti? ... Perché mandi tuo figlio al catechismo? ... Perché vuoi sposarti in Chiesa? ... Ciò nella consapevolezza che “nel profondo della domanda di senso e di speranza, qualcosa ci orienta verso il mistero: Dio, chi sei? Dove sei? Come possiamo vedere il tuo volto?” .

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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4.2 Dalla nascita alla scuola primaria

È bene partire dal dato di fatto quasi generalizzato che questi anni cruciali sono quasi completamente scoperti dal punto di vista delle iniziative pastorali. Eppure nessuno ignora l’importanza fondamentale che essi rivestono nella formazione della personalità, delle coscienze, dei valori e che in sostanza l’iniziazione cristiana non prende le mosse quando comincia la catechesi di gruppo, ma quando i genitori chiedono il Battesimo per il loro bambino, o più precisamente ancora, prima che egli nasca.
Non è forse il momento di colmare questa lacuna, di non perdere altro tempo prezioso, di non lasciare sole le famiglie in un compito tanto importante e troppo spesso affidato semplicisticamente all’“istinto” di mamme sempre più indaffarate in altre faccende?
La Chiesa non da oggi guarda a tale fascia di età con attenzione: il catechismo Lasciate che i bambini vengano a me data da molti anni, ma pare non avere suscitato l’interesse, la presa di coscienza e le iniziative che il tema e la posta in gioco meritano. Esso “in un certo senso è un catechismo per gli adulti chiamati a porgere con le parole, con i gesti, con la testimonianza di vita e di amore la Parola di Dio ai bambini. Gli adulti sono chiamati anche ad accogliere le sollecitazioni che vengono dai bambini, per una crescita nella fede e nella vita morale e religiosa. Tutti insieme sono chiamati a salvarsi, divenendo parte viva della Chiesa. Perciò la catechesi degli adulti riguarda anche i bambini e la catechesi dei bambini riguarda gli adulti” (UCN, Il catechismo per l’iniziazione cristiana dei bambini, 12).
Noi negli anni 2011-2012 vogliamo fare tutta intera la nostra parte, rivolgendoci in modo particolare ai genitori di bambini piccoli, nella convinzione che valga la pena investire più di quanto non si faccia attualmente sulla pastorale battesimale e delle prime età: “I bambini hanno già la capacità e il bisogno di ricevere il lieto annuncio di Gesù per poter credere e sperare (evangelizzazione), di celebrare con la propria vita la lode di Dio (liturgia), di stabilire relazioni d’amore con Dio e il prossimo (carità) nella stagione della loro esistenza. Infatti il tempo dell’infanzia ha valore in se stesso e non soltanto in attesa dell’età adulta” (ibidem, 1). Ritengo che solo gruppi di genitori che percorrano anche umanamente un cammino di conoscenza, affiatamento e stima, possano inoltrarsi proficuamente nella crescita condivisa della riscoperta della fede e della bellezza di iniziare i figli a essa. Ciò è particolarmente importante e urgente oggi, in una società in cui sovente l’individualismo sconfina tragicamente in un “si salvi chi può”, corredato dei drammatici disastri esistenziali e educativi che sono sotto gli occhi di tutti. Come Chiesa siamo chiamati a promuovere positive energie, innanzitutto umane, di fiducia e condivisione all’interno delle coppie e tra famiglie, al fine di poter proporre opportunità di approfondimento, pratica e testimonianza della fede che poggino su solide basi valoriali. Sono convinto che molti genitori d’oggi, prima che la bellezza della fede, debbano scoprire meno superficialmente la bellezza di essere sposi e genitori, la ricchezza esistenziale che tali condizioni promuovono, la sublime grandezza (e non solo il peso) dei compiti che ne derivano. In questo itinerario è fondamentale il ruolo di coppie guida, che si mettano umilmente a servizio di altre coppie, misurino il proprio passo sul loro, si lascino interrogare dai loro problemi, aprano loro possibilità forse impensate e inesplorate di maturazione umana e di fede. Infatti è esperienza comune il fatto che il processo della fede è normalmente mediato da una relazione e da una testimonianza ecclesiale: prima si incontrano dei credenti e poi si accede al Signore. Ma, per l’appunto, è indispensabile trovare – e prima formare – dei credenti che sappiano ascoltare e interpretare i cammini di avvicinamento alla fede di molti oggi distratti, smarriti, indecisi, oltre che in (almeno implicita) ricerca. In sintesi, non si tratta di proporre lunghe serie di incontri, che chiederebbero un impegno forse superiore alle possibilità delle giovani famiglie, ma favorire occasioni agili di confronto, nelle sedi più opportune, in casa e in parrocchia; l’obiettivo dichiarato e possibilmente condiviso deve essere quello di avviare relazioni non puramente formali con le coppie, così da metterle in grado di essere realmente i primi educatori alla fede e di desiderare e apprezzare anche passi ulteriori; dal momento che non è basta generare alla fede, ma è indispensabile anche assumersi il compito di educare nella fede. Ho già indicato le tappe di questo itinerario, che approfondisco brevemente.

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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4.2.1. La preparazione pre-battesimale


Può contare su un certo numero di mesi che vanno dalla gestazione al rito. Pertanto non deve essere relegata alle ultime settimane, frenetiche per molti motivi, ma sviluppata senza fretta, con calma, puntando su tutte le dinamiche positive che normalmente l’attesa di un figlio prima, e la sua nascita poi, mettono in moto. La meraviglia, lo stupore di essere fonti della vita, sono esperienze talmente pregnanti di valori e di “grazia”, da chiedere di essere affrontate non solo con rispetto, ma anche
con la consapevolezza e l’impegno che meritano.
La richiesta del Battesimo, per quanto oggi non possa essere automaticamente interpretata come evidente segno di fede e come sicuro indizio a voler educare cristianamente il bambino, per lo più viene fatta da genitori che sentono profondamente le forti emozioni che stanno vivendo e che li pongono di fronte a qualcosa di grande – il mistero della vita – che ha un’indubbia dimensione religiosa. Probabilmente risiede a queste profondità la motivazione vera, anche se non esplicitata, della decisione di battezzare un figlio: un motivo che quasi sempre precede il desiderio di rispettare la tradizione, di celebrare il sacramento secondo abitudini consolidate. Per questo non si può, non si deve “buttare là” una preparazione al Battesimo abborracciata all’ultimo momento, spesso in modo affrettato, improprio, inopportuno. Al contrario bisognerà trovare tempi e modalità rispettosi degli eventi in
corso e degli impegni che comportano, ma senza arrendersi aprioristicamente al dovere di fare prendere coscienza della grandezza del dono della vita, del suo valore anche religioso e della valenza di fede che il Battesimo presuppone e chiama in causa. “La nascita di un figlio è il momento di grazia per una coppia e spesso il Battesimo può segnare il recupero religioso di un matrimonio non percepito ancora nella sua profondità di sacramento; così come può segnare l’inizio di un dialogo di fede con il presbitero e con la comunità ecclesiale” (UCN, Il catechismo ..., 16). In altre parole, si tratta di aiutare i genitori a riflettere sul senso della loro richiesta scoprendone le valenze implicite e di accompagnarli nel compito dell’educazione alla fede per la quale spesso sono privi di strumenti idonei. “Il momento della richiesta del Battesimo si presenta come un nodo ecclesiale interessante: permette di entrare in relazione con una famiglia, prendendosene cura; pone il problema della trasmissione della fede; consente di verificare la capacità della comunità cristiana a raccogliere i suoi fedeli; apre la comunità all’ascolto delle fatiche e dei bisogni di chi è impegnato a generare il futuro della Chiesa e della società” (L. Bressan). Tutto ciò cominciando a “dedicare attenzione, assicurare tempo e predisporre strumenti perché cresca sempre più la coscienza dell’importanza pasto-
rale del tempo del Battesimo prima, durante e dopo la sua celebrazione” (D. Tettamanzi). Al riguardo i citati Lineamenta non hanno dubbi: “Certamente si può affermare che dal modo con cui la Chiesa in Occidente saprà gestire questa revisione delle sue pratiche battesimali dipenderà il volto futuro del cristianesimo nel suo mondo e la capacità della fede cristiana di parlare alla sua cultura” (18).
Indicazioni operative
• 2 incontri comunitari con le gestanti e i padri per ringraziare il Signore del dono della vita, per riaprire il libro della fede e dell’appartenenza ecclesiale, per introdurre a una prima conoscenza di qualche rappresentante della comunità in cui il bambino diventerà cristiano;
• 2 incontri dopo il lieto evento (in casa o a piccoli gruppi, con la presenza dei padrini) per riprendere il filo del discorso, preparare il rito e introdurre alla comprensione dei suoi significati;
• una celebrazione durante la quale presentare i neonati alla comunità, pregare per i genitori e i bambini, rievocare gli impegni battesimali di ciascuno.
• Avrebbe senso progettare la celebrazione del Battesimo in alcune festività particolarmente significative (Pasqua, Pentecoste, Epifania, Battesimo di Gesù) e comunque sempre con la partecipazione della comunità o almeno di una sua rappre-
sentanza ampia e qualificata.

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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4.2.2. La fase post-battesimale

Negli impegnativi, ma straordinari mesi successivi alla nascita è importante che i giovani genitori non siano dimenticati e abbandonati a loro stessi. Pur tenendo presente che il ritmo di vita della coppia è sconvolto dal nuovo arrivo e che il loro orizzonte psicologico è quasi totalmente occupato dalla vita sbocciata al loro interno, l’esperienza di fede, fatta intravedere, suscitata o rinvigorita dalla preparazione al Battesimo, si offre in questo periodo con particolare capacità di interpellare, proporre e arricchire. Non mi nascondo che si tratta di un terreno quasi del tutto inesplorato, ma sono convinto che anche questi pochi cenni siano in grado di fare intravedere possibilità che sarebbe davvero un peccato di omissione continuare a trascurare o ignorare. D’altronde anche il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che “per la sua stessa natura il Battesimo dei bambini richiede un catecumenato post-
battesimale” (n. 1231). Tocca innanzitutto ai genitori “prima che con le parole, manifestare ai bambini la presenza misteriosa di Dio e il suo amore, attraverso i loro atteggiamenti di tenerezza, di speranza, di affetto, di vicinanza e di compagnia”. È importante che “le prime parole su Gesù rivolte ai bambini siano sempre associate a momenti d’amore, per non pregiudicare i successivi sviluppi. Inoltre, queste parole sono buona notizia quando annunciano l’iniziativa di amore di Dio verso l’uomo, prima dei doveri richiesti verso lui” ((UCN, Il catechismo ..., 8). Pertanto, se utilizzato diligentemente, questo periodo può consentire un’azione pastorale organica e continuativa sia verso i genitori che verso i piccoli. I primi dovranno essere accompagnati nella formazione di un clima familiare sereno, gioioso e rassicurante, fattore indispensabile per la crescita armoniosa e per porre le basi di una famiglia arricchita dalla nuova nascita e avviata a impegnative responsabilità di crescita e educazione, anche religiosa. Tenendo conto del fatto che “il ruolo dei genitori e della famiglia incide anche sulla rappresentazione e sull’esperienza di Dio” (Educare ..., 27) e che “i genitori sono i primi a poter offrire ai figli fin da piccoli la possibilità di cercare Dio e di conoscere la via che conduce a lui” (Lasciate che i bambini vengano a me, 57); ma anche che “questo compito si presenta subito impegnativo. Molti genitori s’intimoriscono di fronte ai propri limiti e carenze. È un atto di umiltà che manifesta saggezza, ma non deve degenerare nella sfiducia” (ibidem). I bambini, da parte loro, non potranno che giovarsi del caldo ambiente familiare, su misura delle loro esigenze più profonde: quelle psichiche e spirituali si accampano con urgenza non minore di quelle fisiche e comprendono, già nei primissimi anni, la capacità di assimilare, per identificazione e osmosi, non solo le usanze, ma anche i valori che in casa si respirano e praticano, compresa l’apertura al senso religioso della vita, che potrà avvalersi delle prime preghiere e della partecipazione a qualche rito appositamente predisposto anche dalla parrocchia.
Indicazioni operative
• Può avere grande significato una celebrazione comunitaria in occasione del primo anniversario del Battesimo, con la consegna di qualche utile sussidio per iniziare i bambini alla preghiera in famiglia.
• Per mantenere e rinsaldare i vincoli con la comunità, che il percorso fin qui compiuto ha reso possibili, sarebbe bene prevedere una o due celebrazioni comunitarie – con la presenza di genitori, bambini battezzati, padrini e rappresentanti della comunità parrocchiale – per esempio in ricorrenze particolarmente legate al tema della famiglia, quali Sacra Famiglia, la Presentazione di Gesù al tempio, San Giuseppe ...
• Pur senza tralasciare di promuovere la primaria responsabilità dei genitori nell’educazione dei figli anche alla fede, dove è possibile, sarebbe bene favorire un’utile collaborazione con l’asilo nido.
• Tutto ciò sarà possibile e veramente efficace solo se la parrocchia sarà in grado di esprimere uno specifico gruppo di laici che si specializzi nella pastorale battesimale, che mantenga i contatti e sia punto di riferimento per le famiglie e stimolo per la comunità a essere sempre aperta e disponibile verso i nuovi membri.



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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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4.2.3. Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria


Costituiscono il periodo che per i più coincide con la frequenza alla scuola dell’infanzia e chiamano in causa anche più esplicitamente i compiti educativi – pure religiosi – dei genitori. Non si deve aspettare l’inizio del catechismo in preparazione alla Prima Comunione per l’iniziazione dei piccoli ai valori e alla pratica religiosa. Gran parte dell’incapacità di vincere la sfida del tempo, cui molta della nostra catechesi soggiace, è dovuta alla totale impreparazione con cui i bambini affrontano il catechismo in preparazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana.
Per molti si tratta di argomenti ed esperienze verso cui le famiglie fino ad allora li hanno tenuti all’oscuro, per scelta esplicita, per indifferenza o inadeguatezza, condizioni che non rendono meno grave la deprivazione cui sono stati sottoposti, che rischia di evolvere in incapacità e impossibilità di compiere un proficuo itinerario di accostamento ai sacramenti e di esperienza di vita cristiana.
Detto positivamente, sono questi gli anni nevralgici nei quali realizzare una prima esplicita iniziazione alla fede cristiana, anche contando sulla naturale apertura dei bambini al mondo circostante e a quello dei perché, che li rende disponibili pure alla scoperta del religioso, specie se attuata nella concretezza di esperienze familiari sorrette dalla testimonianza dei genitori. È questo il tempo in cui mettere i bambini a contatto con i rudimenti della fede cristiana, specie attraverso la presentazione della figura di Gesù e di alcune sue parabole, di qualche personaggio ed episodio dell’Antico e del Nuovo Testamento; né dovrebbe mancare un più esplicito avvio alla preghiera, anche proponendo l’apprendimento di qualche semplice formula e favorendo un’iniziale familiarità con alcuni segni della Chiesa e della liturgia. Si tratta di anni, nella vita di un bambino, particolarmente importanti e fertili per la formazione del senso morale – ancora segnatamente eteronomo e basato sul fidato
insegnamento dei genitori – che dovrebbe proporre piccoli gesti di carità e condivisione, atteggiamenti di accoglienza e perdono, gesti di sincerità, gratitudine, buon uso del denaro, piccole rinunce ...
“Si tratta di favorire un incontro gioioso con Dio fin dall’alba della vita, e di iniziare un’amicizia e un dialogo da custodire e da coltivare durante l’intero corso dell’esistenza terrena”. Si tratta di “un itinerario da percorrere che inizia nell’infanzia e che si realizza durante tutta la vita, impegnando adulti e bambini, che sono chiamati a camminare insieme, a crescere insieme nella fede e in un reciproco scambio di doni” (UCN, Il catechismo ..., 5) (nota 7).
A riguardo di tutti questi argomenti, il catechismo CEI, Lasciate che i bambini vengano a me, può essere utilizzato, nelle singole famiglie e nei gruppi di genitori, come valido strumento ricco di stimoli semplici e praticabili. Indicazioni operative
• In questa età occorre promuovere con particolare impegno e metodo il ruolo dei genitori nell’educazione religiosa dei figli, da attuarsi non solo con la testimonianza della coerenza ai valori del Vangelo, ma anche con una catechesi che superi l’occasionalità per diventare periodica e organica. Tocca innanzitutto a loro la presentazione di significativi fatti biblici ed evangelici e dei primi rudimenti della fede, la formazione morale delle virtù umane e cristiane, l’introduzione alla vita di preghiera e alla partecipazione alla comunità.
• Pertanto sarà bene organizzare per i genitori incontri periodici – per esempio mensili, a piccoli gruppi – per fornirli di orientamenti e suggerimenti concreti per l’opera educativa che spetta loro, per valutare il cammino fatto con i figli e le difficoltà incontrate, per continuare la loro stessa evangelizzazione, tutti aspetti che hanno molto da guadagnare dal confronto con altri e dal sostegno della comunità.
• Questa deve progressivamente aprirsi all’esperienza dei bambini, per esempio programmando alcune specifiche celebrazioni e accogliendoli progressivamente alla Messa domenicale, naturalmente non da soli, ma insieme a tutta la famiglia, in
una partecipazione così veramente significativa per tutti. Infatti, “quando i bambini riescono a vivere insieme e a pregare insieme nelle case, più immediatamente intuiscono ciò che la grande comunità dei cristiani compie quando s’incontra in Chiesa” (Lasciate che i bambini vengano a me, 212).
• Anche a riguardo di questo particolare segmento di famiglie e di bambini, va detto che una tale sensibilità e un simile programma pastorale possono essere attivati solo se si dispone di un gruppo qualificato di formatori – coppie di sposi e famiglie – che hanno essi stessi percorso fruttuosamente un analogo itinerario e che ora sono convintamente disponibili a guidarvi altri; toccherà loro seguire i genitori, organizzare gli incontri formativi, predisporre le celebrazioni comunitarie.

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
--------------------------------------
CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo

Costituiscono un altro segmento di famiglie che merita di essere accudito più esplicitamente e organicamente di quanto sovente non si faccia. È vero che esse hanno con fiducia affidato ai catechisti il compito di accompagnare i loro bambini verso i primi sacramenti, l’inserimento completo nella comunità e la pratica della
fede. Ma a tale compito le famiglie non sono estranee: il loro affidamento alla parrocchia non le esonera da un analogo compito di accompagnamento, che può avvenire solo se già negli anni precedenti esse si erano mostrate attente, presenti e attive. I catechisti non possono esaurire tutto il vasto campo dell’iniziazione cristiana. Questa, che è cominciata nel luogo naturale che è la famiglia, deve continuare in essa e con essa. Sarebbe irrimediabilmente monco e destinato a non reggere la prova del tempo un catechismo delegato in toto alla parrocchia, di cui i genitori si limitassero ad essere spettatori a volte impazienti e comunque quasi del tutto disinteressati, se non, spesso, agli aspetti più esteriori.
Ho il dubbio che anche a questo campo a lungo non si sia guardato con l’attenzione che merita. Forse la crisi della famiglia ci si propone come un segno dei tempi dalla valenza positiva tutta da esplorare: per l’appunto nella necessità di promuovere la partecipazione delle famiglie al percorso catechistico dei figli. Questo potrà avvenire, come di fatto spesso già accade, in varie modalità, che rispecchiano altrettanti livelli di preparazione e condivisione delle famiglie, nel dovuto rispetto non solo della differente situazione dei ragazzi, ma anche delle diverse condizioni e disponibilità dei genitori rispetto a un auspicabile coinvolgimento nel cammino di fede dei figli. Esistono casi in cui la catechesi può essere effettuata per la maggior parte in casa, da genitori disponibili ed attrezzati, convinti e preparati; in altri il cammino ordinario continuerà ad essere affidato alle parrocchie, mentre ai genitori sarà chiesto un coinvolgimento più ridotto, ma comunque costante; potranno infine esistere situazioni nelle quali è quasi solo il cammino dei figli a offrire elementi di ripensamento agli stessi genitori, per i quali allora dovrebbero essere progettati opportuni itinerari catecumenali.
In ogni caso un obiettivo dovrà essere perseguito con impegno: il superamento del fraintendimento per cui noi proponiamo un cammino di fede (entro cui trova senso e pienezza la celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana) a bambini le cui famiglie hanno chiesto unicamente la Prima Comunione e la Cresima, e che accettano il catechismo solo in quanto funzionale (necessario, obbligatorio) a tali mete sacramentali. Ciò spiega, tra l’altro, il fatto che sovente famiglie e bambini siano refrattari alla maggior parte delle proposte extra catechismo o che, dopo la Cresima, non si veda più nessuno: hanno avuto quello che cercavano!
È innegabile che si tratti di un compito non di poco conto, dal momento che la richiesta del solo e semplice sacramento per i bambini è motivata dal modo comune di ritenere oggi la fede da parte di molte famiglie, connotate da un vissuto religioso “da scenario” (secondo una ancora attualissima e felice sintesi sociologica di F. Garelli), per cui risulta difficilmente comprensibile una proposta quale “cammino di fede”. Tutto ciò, poi, con l’avvertenza, che vale per bambini e genitori, di non limitarsi a un “indottrinamento” che ridurrebbe l’educazione religiosa a coacervo per lo più solo appiccicato di nozioni, ma di proporla alla scoperta non solo culturale e intellettuale, ma pratica e vitale, all’interno di una comunità accogliente, nelle sue in-
scindibili ed essenziali dimensioni di liturgia e carità, in una parola, di “vita buona”.

Indicazioni operative

• Anche in questi anni i genitori devono essere accompagnati e guidati con opportuni strumenti, sia di approfondimento sia di confronto e verifica. Si potranno organizzare varie tipologie di incontri (per esempio a mesi alterni, e comunque diversi a seconda del grado di coinvolgimento delle famiglie nella catechesi dei bambini) e utilizzare svariati strumenti, non solo teorici, al fine di favorire la maturazione della responsabilità educativa tipica dei genitori e la sua realizzazione non solitaria, ma in un itinerario condiviso e arricchito dallo scambio e dal confronto.

• Per evidenziare la ricchezza della proposta cristiana e la sua istanza di declinarsi in tutte le dimensioni della vita, sarà bene promuovere con i genitori e i figli, particolari, significative e anche importanti esperienze di preghiera e di carità, di testimonianza e di condivisione, di incontro e scambio, che potranno costituire un opportuno arricchimento a quanto già normalmente si fa in famiglia e in parrocchia.
• Tutto ciò sarà possibile, giova ribadirlo anche qui, se in parrocchia è presente e operativo un affiatato gruppo di famiglie esperte in umanità e mature nella fede, desiderose di coinvolgere le altre in un cammino di cui esse per prime hanno sperimentato la validità e che negli anni, anche con il sostegno degli uffici diocesani, si sono preparate ad un tale compito.

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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4.4 La preghiera serale in famiglia

Quello della preghiera in famiglia costituisce un ulteriore passo da compiere e riguarda esplicitamente uno specifico aspetto della vita di fede, peraltro già emerso fortemente nelle tappe precedenti, da affrontare sempre tenendo presente la centralità della famiglia nella propria maturazione religiosa e nell’educazione dei figli. Infatti iniziare i bambini alla preghiera non è un’azione “neutrale”, in quanto richiede un forte coinvolgimento personale (e familiare). Accingendosi a essa, i genitori sono indotti a ripensare la propria fede, a verificarne il grado di maturità e di solidità, a liberarla da possibili proiezioni distorte per non rischiare di comunicare un messaggio contraddittorio, svuotato di senso o addirittura potenzialmente pericoloso per la crescita e la felicità dei bambini. Sarebbe un errore “miniaturizzare” per i piccoli le preghiere degli adulti. Essi, oltre alle parole, amano le immagini, la gestualità, i riti e le ripetizioni che li rassicurano; soprattutto entrano volentieri e utilmente nell’esperienza se questa dà significato con spontaneità a momenti e situazioni significative e se li guida a tradurre in preghiera i loro sentimenti più intensi, quali la gratitudine, la meraviglia, la gioia e anche la tristezza. Questi sono ottime porte di accesso a un’iniziale apertura ai principali caratteri del Dio cristiano, con cui rapportarsi con totale fiducia e sereno abbandono, perché egli è incommensurabilmente buono e misericordioso.
È facile intuire le ricadute positive che simili atteggiamenti della preghiera possono avere anche sulla crescita psicologica dei bambini, rafforzando la loro fiducia, oltre che nei genitori, in un Dio buonissimo che ama tutti, quindi anche loro, che ascolta sempre le preghiere dei piccoli, che è sempre disposto a perdonare, perché ama anche chi sbaglia, che vuole che tutti gli uomini facciano la pace, perché in questo modo sono felici; e la felicità degli uomini è il maggiore desiderio del Dio cristiano, buono e misericordioso.
Si tratta di sperimentare il significato, la bellezza, la vitalità della preghiera in casa almeno in certi periodi forti dell’anno. Mi rendo conto che questa indicazione può indurre qualcuno ad arricciare il naso sentendo puzza di vecchiume. Mi guardo dal voler apparire un nostalgico di tutto ciò che fu, ma non posso esimermi dal pensare alla bellezza di certe abitudini del passato, che raccoglievano nella preghiera serale l’intera famiglia. Sono convinto che molti dei non più giovani portino in cuore tali scene e le considerino tra le più belle da conservare nella memoria. Perché privare del tutto i bambini d’oggi di tale esperienza? Per realizzarla non è necessario rivoluzionare abitudini e ritmi di vita spesso ferrei; non sono necessari impegnativi preparativi né lunghi tempi. Bastano pochi minuti, (anche solo cinque o sei), perché genitori e figli, finita la cena provino quanto è bello rivolgersi insieme al Signore, ringraziarlo delle cose positive della giornata, chiedergli (e chiedersi) scusa delle mancanze commesse, aprirsi all’ascolto della sua Parola e alla condivisione di quanto essa suscita in cuore. Sono convinto che, se sperimentata con volontà e impegno, questa possa diventare una buona abitudine apprezzata anche per la valenza di comunione e crescita in umanità – oltre che in fede – che essa consente. Tanto più che non si tratta di inventare nulla. Esistono degli ottimi, semplici sussidi, che possono costituire delle utili guide per inoltrarsi in questa proposta.
Una cosa è certa: “Il senso del mistero di Dio si coglie nel modo in cui come famiglia si prega e si fa spazio a Dio; nel modo con cui si illuminano di fede i fatti della vita personale e familiare. Quanto è importante la fede nella vita? Un bambino e un ragazzo lo imparano dallo spazio che nella famiglia si riserva ad essa” (P. Bignardi).

CAPITOLO 5. L'icona biblica del nostro cammino

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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5.1 Il testo nel contesto


Sullo sfondo del cammino pastorale, innervato sul verbo “educare”, che la nostra Diocesi intende intraprendere in sintonia con gli Orientamenti Pastorali della Conferenza Episcopale Italiana per il decennio in corso, si staglia l’icona biblica della risurrezione della figlia di Giairo secondo il racconto di Marco, il Vangelo che ci accompagnerà nel percorso del prossimo anno liturgico.
L’evangelista Marco (5, 21-43; cfr Mt 9,18-26 e Lc 8,40-56) nella pagina di Vangelo che si propone come icona biblica del nostro cammino pastorale diocesano, utilizza una particolare tecnica narrativa: quella del racconto nel racconto. Vi si trovano inserite infatti “ad incastro” due narrazioni che presentano alcuni indizi comuni:
chi trae vantaggio dai miracoli compiuti da Gesù sono due figure femminili; il periodo di tempo è quantificato in dodici anni: di malattia per la donna, di età per la fanciulla; il valore simbolico delle due differenti situazioni: la donna malata di un male che, oltre a renderla impura secondo la Legge, le impedisce anche di concepire un figlio; la ragazza che, secondo le consuetudini dell’epoca è nell’età del fidanzamento e della possibilità di generare nuova vita, e invece muore. Due donne sul confine della malattia e della morte ci vengono incontro in quest’umanissimo Vangelo: una direttamente, con il suo carico di sofferenza e con l’aspettativa di una guarigione rincorsa senza tregua; l’altra indirettamente, attraverso la preghiera di un padre che non si dà per vinto di fronte alla violenza della morte. In mezzo a loro sta Gesù di Nazareth, l’uomo che sa “riconoscere” il loro stato di oppressione e d’infermità e interviene per sanare in radice quella situazione. Ci sembra di poter dire che l’evangelista Marco fa di questo brano quasi il prototipo della modalità che Cristo mette in atto per incontrare «l’altro» nelle sue varie forme di sofferenza e di bisogno. Tuttavia, l’elemento che maggiormente unisce i due racconti è di natura teologica: si tratta di due cammini di fede che la donna malata e Giairo devono intraprendere. La donna malata è invitata a scoprire in Gesù non solo un guaritore a cui rivolgersi quasi magicamente, ma una persona divina con la quale stabilire una relazione personale e a cui consegnare tutta la propria vita; Giairo è invitato a considerare la morte e tutto il suo corteo di sofferenza, di smarrimento e di dolore con occhi nuovi. «La tua fede ti ha salvata», dice Gesù alla donna; e al padre della fanciulla morta: «Non temere, soltanto abbi fede». I due episodi, incastrati a sandwich e legati dalle parole «salvare», «credere» e «toccare» si completano a vicenda e illustrano cos’è la fede e qual è la sua potenza. La fede è «toccare» Gesù; la sua potenza salva nella morte. La donna e la ragazza sono figura di tutti noi. Come la prima da dodici anni, cioè da sempre, perdiamo la vita, lontani dal Signore. Solo se lo tocchiamo siamo salvi, per-
ché è lui la nostra vita. Come la seconda, in età da marito, moriamo malati d’amore (Ct 5,8) se non giunge lo Sposo che ci prende la mano. La nostra vita infatti è amarlo come siamo da lui amati. Nella donna vediamo inoltre il dinamismo della fede. Presuppone la constatazione di un male indebito e non accettato, con il bisogno e l’incapacità di liberarsene; parte dall’ascolto di Gesù, che apre, dalla disperazione per la propria impotenza, alla fiducia nella sua potenza; giunge alfine a toccarlo di spalle, per diventare poi un colloquio faccia a faccia con lui. In Giairo invece vediamo le qualità di questa fede: è una forza più grande di ogni paura, e consiste nel fidarsi totalmente di Gesù e della sua parola anche davanti alla morte. Nella ragazza infine vediamo l’efficacia di tale fede: la risurrezione, la vittoria sul nemico ultimo dell’uomo a essere annientato (1 Cor 15,26) (S. Fausti). L’obiettivo della nostra attenzione si focalizza ora sulla sola vicenda di Giairo e della sua figlia ritornata in vita (Mc 5, 22-24. 35-43).

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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5.2 Talità kum

«E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi» (v. 22). Giairo fa parte di quell’ambiente religioso che ha squalificato Gesù e il suo operare, decretando addirittura di essere un messo di Satana. Il capo della sinagoga, però, inginocchiandosi ai piedi del Maestro dimostra, spinto dal dolore, di saper andare al di là di quello che dicono i benpensanti e riesce a scorgere in Gesù un uomo capace di agire positivamente in favore di sua figlia. È talmente convinto di ciò che «lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani perché sia salvata e viva”» (v. 23). Giairo, il cui nome significa «Dio risusciterà», «deve avere fiducia nella promessa espressa dal suo nome: Dio risusciterà la morta per mezzo di Gesù» (R. Pesch). «Andò con lui» (v. 24). In modo quasi drastico, il testo registra l’improvviso cambio di programma di Gesù: senza esitare, va con decisione verso la casa di Giairo seguito da una folla assai numerosa.
«Dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: “Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?”» (v. 35). Nel cuore di Giairo scende improvvisamente la notte della disperazione. Fino a un istante prima si è aggrappato con tutto se stesso all’ultima possibilità di guarigione di sua figlia: Gesù. Adesso la notizia della morte, rendendo tutto inutile e insignificante, cerca di separarlo da Lui.
«Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: “Non temere, soltanto abbi fede!”» (v. 36). Se ci lasciamo coinvolgere dal testo ci accorgiamo che la fede richiesta da Gesù a Giairo è tragicamente semplice e concreta. Sostanzialmente Gesù gli chiede, in questa situazione nella quale tutto sembra perduto, di continuare a stare con lui. Giairo, rimanendo accanto a Gesù, scoprirà che in lui la morte non è l’ultima parola sull’uomo. Nella Passione del Figlio il Padre si è chinato sulla sua creatura mortale. In questo senso, la croce è la mano di Dio che afferra quella dell’uomo che si trova nel dolore e nella morte, facendogli sperimentare che il senso profondo di ogni sofferenza può essere svelato soltanto nel mistero pasquale, l’unica realtà in grado di rialzare il senso ultimo dell’esistenza umana (G. Vivaldelli). «E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo» (v. 37). Gesù forma i suoi discepoli non soltanto con le sue parole, ma anche con le sue azioni. Alcune di esse risaltano, perché egli vi fa partecipare soltanto Pietro, Giacomo e Giovanni. Nella casa di Giairo vengono introdotti solo loro. Sono gli stessi testimoni, sorpresi e incantati nel vortice di luce della trasfigurazione (Mc 9,2) e nel dramma oscuro del Getsemani (Mc 14,33). Solo essi sono preintrodotti, oltre la soglia di una famigliare consuetudine, a cogliere i tratti più misteriosi del loro Signore.
«Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: “Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme”» (v. 38-39). Il lamento è l’espressione dell’impotenza umana. Di fronte alla morte e in relazione ad essa, Gesù rivela invece la sua libertà e la sua potenza che comanda. «E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico: alzati!» (v. 40-41). “Lo deridevano” annota duramente l’evangelista. Forse in nessun’altra pagina della Bibbia si trova un riso così cinico e raccapricciante come questo, frutto della disperazione tronfia e piena di sé. Ma è allora che interviene il miracolo della vita per quella giovane donna, ormai definitivamente morta e per i suoi parenti e vicini in agitazione. Gesù prima «li caccia fuori», poi accompagna i genitori nella stanza della figlia, e infine «la prende per mano» (v. 41), con un gesto che, mentre dice la tenerezza che rianima e ridà vita, significa anche come un invito alla libertà, alla felicità da sperimentare ormai nella pienezza della propria femminilità riconquistata (M. Farina). Come nella casa di Pietro, prese per mano la suocera di lui e la fece alzare (1,30), così ora prende per mano la fanciulla e al gesto aggiunge la sua parola: «Talità kum!». L’evangelista si affretta a tradurre queste parole aramaiche perché i suoi lettori non fraintendano. Gesù non ha pronunciato nessuna parola strana e incomprensibile come fanno i maghi; ha solo detto nella sua lingua: «Fanciulla, io ti dico, alzati!».
«E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni» (v. 42). Il fatto che la donna emorroissa guarita da Gesù soffrisse da 12 anni e la fanciulla morta fosse di 12 anni può essere un puro fenomeno di simmetria. Il numero 12 può significare anche una cifra tonda, come noi diciamo «una dozzina». Tale numero, però, sia in tutta l’antichità sia presso gli ebrei, ha un significato sacro particolare: esso scandisce sia la totalità del tempo (12 sono i mesi dell’anno) che la totalità del popolo (12 sono le tribù d’Israele). Se il numero 12 ha un significato particolare, simbolicamente si potrebbe vedere, nell’emorroissa che soffriva da 12 anni, l’umanità che in tutto il suo tempo è affetta dal male (cfr Sal 51,7) e nella fanciulla morta a 12 anni tutta l’umanità che muore nel fiore della sua speranza (cfr Is 40,6-8).
«E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo» (v. 43). Quel giorno, nella casa di Giairo, Gesù «raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo». Non voleva infatti suscitare entusiasmi messianici e compromettere il seguito del suo ministero. Ma ora non più; a noi oggi raccomanda, al contrario, di farlo sapere a tutti, di gridare sui tetti ciò che abbiamo sentito all’orecchio; di farlo sapere soprattutto a quei fratelli che sono sotto il peso della malattia, o lottano per la vita. Gesù ci affida un messaggio per loro: Coraggio, io ho vinto la morte!
«E disse di darle da mangiare» (ibidem): questo particolare, notato solo da Marco, non intende tanto mostrare la realtà che la fanciulla è veramente tornata in vita; risponde invece all’attenzione con cui l’evangelista rileva la concretezza e la delicatezza dei sentimenti umani di Gesù, e prelude forse alla sezione seguente, la lunga «sezione dei pani» (6,6b-8,30).

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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5.3 Sentieri da esplorare e percorrere

Ma, cosa c’entra tutto questo con il verbo educare? Quale connessione ci può essere tra questa pagina di Vangelo e il cammino pastorale che ci si apre di fronte, nel quale vorremmo crescere insieme, Chiesa e famiglie? Ci sono nel racconto della risurrezione della figlia di Giairo alcuni elementi che rimandano indirettamente alla questione educativa e domandano di diventare sentieri da esplorare e percorrere.
La situazione di malattia e di morte che ghermisce la ragazza adolescente richiama simbolicamente il contesto attuale di “emergenza educativa”, di crisi di valori, di morte della speranza. In tale frangente c’è bisogno di un altro Giairo che interceda presso il Signore della storia perché ridesti la vita. Certo, anche oggi occorrerà sfidare le derisioni dei tanti che inducono a lasciar perdere, perché tutto è inutile, perché è troppo tardi. Il lettore del Vangelo viene qui provocato in modo molto intimo: quali sono le situazioni della nostra storia che ci invitano ad allontanarci da Gesù, a lasciarlo stare, a non disturbarlo? Oggi come allora, il Signore non sopporta i piagnistei e le lamentele di gente prezzolata: «Li cacciò via tutti!». La vita vuole i suoi
segni per manifestarsi. E Gesù entrò nella stanza della fanciulla morta con chi desiderava la vita: il padre e la madre, e quei tre discepoli che si era scelti come testimoni: famiglia e Chiesa insieme, in comunione di intenti e di luoghi, nella condivisione di fatiche e speranze. In questo contesto ha agito e agisce Gesù!
L’arcipelago del dolore umano è presente come sfida, come mistero e persino sovente come obiezione contro la fede più tersa e più granitica. È difficile eludere la domanda: «Perché Dio ha permesso questo? Perché?». Questa è l’ora in cui la parola più efficace della fede è il silenzio. Gesù nella casa di Giairo ha imposto il silenzio; ha cacciato tutti fuori. E forse nel silenzio è possibile risentire la parola di Gesù: «Talità kum», «Alzati!». Forse, nel silenzio, è possibile intravedere qual filo di luce che si chiama speranza. All’orizzonte s’intravede l’aurora del giorno nuovo (E. Masseroni). Non temere, soltanto abbi fede! È quello che Gesù chiede a Giairo, il capo della sinagoga, la cui figlia è appena morta. Non temere: 365 volte ricorre nella Bibbia questa parola di consolazione. Balsamo per ogni giorno dell’anno, quasi quotidiano pane per il cammino del nostro cuore inquieto, incerto o ferito. Soltanto abbi fede! O come traduce qualcuno: continua ad aver fede! Sì, non basta un lampo di fede, un guizzo istantaneo che potrebbe nascere dalla disperazione, dal bisogno di aggrapparsi a qualcosa o a qualcuno. C’è bisogno di qualcosa di più: di una fede che continua, che dura, che affronta i passaggi oscuri dell’esistenza. La notizia della morte della figlia sembra mettere fine alla speranza della guarigione: cosa aspettarsi ora che tutto è finito? Ma la lotta ingaggiata contro la malattia e la morte, contro tutto quello che umilia, imprigiona, attenta alla vita dell’uomo, è solo agli inizi. Il miracolo che verrà compiuto è un segno, solo un segno di ciò che sta accadendo. Esso nasce dall’incontro tra la forza risanatrice che viene da Dio e la fiducia di chi gli si affida. «Continua ad aver fede» è una richiesta che non raggiunge, dunque, solo Giairo, ma anche noi. E ci mette di fronte alla necessità di instaurare con Dio una relazione che superi l’epidermico, lo stato di necessità e si misuri con la durata, con il tempo. «Continua ad aver fede» è una sollecitazione che ci induce a non lasciar perdere, anche quando tutto sembra finito. Attraverso Gesù Dio vuole cambiare la faccia del mondo e dare una risposta insperata alle vere attese degli uomini. Ma lo fa in modo semplice, attraverso un rapporto che nasce dall’amore, dalla compassione, dalla bontà e attende una risposta che esprima una fiducia a tutta prova.
Un noto esegeta e maestro dello spirito del nostro tempo (Ermes Ronchi) commenta così la pericope evangelica di cui ci siamo messi in ascolto: Il Vangelo ci ha raccontato di due donne guarite, (di una creatura che muore a dodici anni, e di una che da dodici anni non riesce a vivere), di una potenza che esce da Gesù, di una mano che ti prende per mano. E ciò per riportare nel mondo la speranza contro ogni speranza... La morte è entrata nel mondo, eppure la Parola di Dio ci dice che essa è segnata come da un mar-
chio di illegittimità. La morte è illegittima. E noi siamo chiamati a liberarci da tutti i sentimenti governati dall’istinto di morte. Dobbiamo evangelizzare tutti i nostri sentimenti che si orientano, che s’ispirano alla logica della morte, cioè l’odio, l’inganno, la violenza, l’indifferenza, la paura, il godere del male, il «cercare pagliuzze negli occhi degli altri» (cfr Mt 7,3), l’amore per la forza e il potere. Di queste cose fanno esperienza coloro che appartengono al diavolo. Sono loro che proclamano e dicono che il mondo è malato, che la gente è piena di veleno, che occorre dare la morte in nome della giustizia. Invece la Parola di Dio, contro tutte le nostre verità apparenti, ripete che «le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte» (Sap 1, 14)... Ciascuno di noi è quella fanciulla di dodici anni, in quella casa del pianto. Ciascuno di noi ha qualcosa di morto dentro di sé. Felice se hai un Giairo con te, qualunque sia il suo nome, che intercede, addirittura che disturba il Signore per te ... E a ciascuno di noi, qualunque sia la porzione di morte che porta con sé, Gesù ripete: «Talità kum! Giovane vita, risorgi! Riprendi la gioia, la lotta, la scoperta, l’amore».
Sentire queste parole di Gesù dopo ogni confessione di peccato, dopo ogni lacerazione della vita o delle relazioni! Con Cristo nessuno è morto per sempre. Tu sei creatura sana, dice Cristo, e senza veleno; risorgi! Là dove l’uomo si è arrestato, da là Dio lo aiuta a ripartire. Dove l’uomo si ferma, Dio invita a riprendere il cammino. «Io sono la risurrezione» (Gv 11,25). Io ridesto ciò che dorme nell’uomo. Io ridò bellezza a ciò che è appassito nell’uomo. Ridò giovinezza a ciò che è invecchiato e stanco ... La fanciulla che dorme in ciascuno di noi è la speranza (Peguy), virtù bambina. E occorre svegliarla, ogni giorno bisogna farla alzare, ogni giorno bisogna rimetterla in cammino. Per questo è necessario riascoltare quel Gesù che entra nella nostra stanza e nel nostro sonno a ridire quelle parole di vita: «Fanciulla, Talità kum! Giovane vita, alzati!». Lo sguardo di Dio vede oltre: la tua vita non è morta, solo dorme. La tua volontà d’impegno non è morta, è solo addormentata. La morte che ci pare la sola cosa evidente è invece un’illusione... E Dio ripete su ogni creatura, su ogni fiore, su ogni uomo la benedizione delle antiche parole: «Talità kum! Io dico a te, giovane vita, alzati, rivivi, risplendi!».
I protagonisti “umani” di questo episodio evangelico sono scolpiti su misura della nostra umanità e delle sue fragilità: la donna e la ragazza sono figura di tutti noi; il padre con la sua fede fa da tramite tra Gesù e la condizione di estremo bisogno della figlia. Questo incontro condensa molti dei mali che oggi attanagliano i nostri contemporanei (la sfiducia, lo smarrimento, la resa, la morte) e insieme addita la presenza ancora attiva e salvifica del Cristo, raggiungibile attraverso una fede sempre da coltivare. Si tratta di percorrere, alla sua luce, un cammino di fede capace di illuminare anche la nostra evangelizzazione. A ben guardare, questa pagina del Nuovo Testamento illustra e conferma egregiamente la tesi di fondo del documento CEI: il Vangelo educa alla vita, apre alla “vita buona”. È per questo che “compito dell’educazione cristiana è diffondere la buona notizia che il Vangelo può trasformare il cuore dell’uomo, restituendogli ragioni di vita e di speranza” (Educare ..., 8).
Ciò è tanto più importante e urgente in considerazione del fatto che, come appare anche simbolicamente dal testo appena commentato, la speranza “è insidiata da molte parti”, tanto che “alla radice della crisi dell’educazione c’è una crisi di fiducia nella vita” (Benedetto XVI). Perciò si chiede agli educatori cristiani un supplemento d’impegno per riconoscere che “lo specifico contributo della visione cristiana dell’educazione consiste nella ‘speranza affidabile’ che deriva dalla risurrezione di Cristo e che ci dà la possibilità di testimoniare la nostra fiducia nell’uomo, nella sua vita, nella sua capacità di amare” (C. Nosiglia).


CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia


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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
--------------------------------------
CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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6.1 Il ruolo dei sacerdoti

Dopo aver parlato così a lungo soprattutto dei e con i laici – genitori e famiglie, bambini e giovani, collaboratori e fedeli – non posso concludere questi Orientamenti senza rivolgermi, anche più esplicitamente, ai sacerdoti della Diocesi, che evidentemente sono i primi destinatari dei progetti qui presentati. Sono consapevole di chiedere loro una forte collaborazione, ma so con assoluta certezza di poter contare su una solida disponibilità, che affonda le radici in una ferma adesione alla loro vocazione. Essa oggi è chiamata a confrontarsi con impegni e sfide che a volte paiono pretendere capacità che l’età, le condizioni di salute, la mentalità non sempre sono in grado di mettere a disposizione con troppa abbondanza. Lo possiamo ammettere senza difficoltà: tutti, chi più, chi meno, ci siamo trovati impreparati al cambiamento e in difficoltà a rinvenire strade nuove e condivise. E tuttavia, questi primi mesi di frequentazione mi hanno consolidato nella convinzione di poter totalmente contare su di loro, di poter rivolgere loro, a nome del Signore, proposte pastorali impegnative e coraggiose, nella certezza di una risposta generosa e pronta. Come ho già accennato, ci si richiede un cambiamento di mentalità, una conversione prima personale e poi pastorale, che ci consenta di guardare alle persone e ai problemi come lo fa il Signore, con piena fiducia nella capacità dell’animo umano a cogliere il richiamo del bene, con totale abbandono alla volontà di Dio e alla sua incessante opera nella storia dei singoli e dell’umanità. Per quanto consapevoli della nostra missione di tramiti ed evangelizzatori, che ci coinvolge in tutte le nostre fibre in una testimonianza oggi più indispensabile che in passato, sappiamo di non essere noi i “salvatori del mondo”. Il Salvatore è uno solo, conosce bene la nostra generosità e fragilità, a lui abbiamo affidato le nostre vite e tutto il ministero, in quest’opera siamo immersi senza riserve, ma anche senza presunzione e inopportuno (oltre che dannoso) protagonismo. Siamo al servizio di un progetto d’amore che ci ha preso anima e corpo, che ci urge e ci scuote, che ci tormenta per la sua grandezza e la conseguente responsabilità, ma che, in fondo, ci apre alla serenità di chi si sa amato nonostante tutto e accolto da una misericordia senza limiti.
Molti di noi hanno ormai dedicato all’evangelizzazione il maggior numero di anni preventivabili e le migliori energie. Ritengo fuori luogo (ed anche fuorviante) tentare bilanci dei risultati conseguiti. Il nostro ruolo di “servi inutili” (cfr. Lc 17,10) evidenzia ciò a disposizione del quale ci siamo votati: l’azione della grazia del Signore, del Suo Spirito, del suo amore nella vita di ciascuno. Per quanto umanamente comprensibile il desiderio che può esserne alla base, dobbiamo evitare sia di coltivare sterili nostalgie del passato, che paralizzati timori del presente e del futuro. Tutta la nostra vita, l’intero nostro ministero sono nella mani di Colui che ha avuto per noi una fiducia che non è mai venuta meno e che oggi ci incoraggia a confrontarci con le esigenze della nuova evangelizzazione; non da soli, né con le sole nostre forze o con intenti di restaurazione del passato o di soddisfazione personale. La missione della quale siamo al servizio ha attraversato situazioni anche di gran lunga più difficili, si è affidata a persone e istituzioni a volte prive della consapevolezza e della preparazione su cui oggi in generale possiamo contare; ha dovuto fare i conti con sfide e nemici anche più agguerriti e pericolosi. Ciononostante, forte della promessa di Gesù (“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, Mt 28,20), ha attraversato secoli e generazioni, è lievitata in cuori ed esistenze, è giunta fino a noi con immutata capacità di coinvolgere e interpellare. Probabilmente dobbiamo convincerci a essere più docili all’azione dello Spirito, più malleabili alle sue ispirazioni, più capaci di leggere, non solo criticamente ma anche positivamente, i “segni dei tempi” e di esercitare su di essi con più coraggio un discernimento ecclesiale che sostenga le nostre fragilità e incertezze, ci dia slancio e coraggio, ci convinca che non siamo soli, abbandonati, incompresi. “In Gesù, maestro di verità e di vita che ci raggiunge nella forza dello Spirito, noi siamo coinvolti nell’opera educatrice del Padre e siamo generati come uomini nuovi, capaci di stabilire relazioni vere con ogni persona” (Educare ..., 25). Oggi, più che in altre epoche, siamo chiamati a guardare con fede a quanto accade, per comprenderlo nella sua verità profonda. E la fede ci suggerisce che, più che nel declino del cristianesimo, come alcuni vorrebbero, siamo immersi in una fase di purificazione della Chiesa, non la prima, né probabilmente l’ultima della storia. Questa ci insegna che ogni volta che la Chiesa si lascia tentare dalla ricerca del consenso e del successo mondani, dal desiderio di diventare ricca e potente a scapito dei valori del Vangelo, lo Spirito Santo interviene, la purifica, le toglie privilegi e appoggi, la rende povera e perseguitata, la riporta alla purezza delle origini, per renderla di nuovo testimone di Gesù. Se ci mettiamo nella condizione spirituale di accettare questa purificazione, ci sarà meno difficile scorgere anche ai nostri giorni la presenza del Risorto che mai ha abbandonato la sua Chiesa. Non dobbiamo lasciarci paralizzare dalla paura della sconfitta, dall’erosione in corso nelle nostre comunità. Siamo in condizione di minoranza e le prospettive future sono molto sobrie. Ma non è venuto meno il compito della speranza cristiana e della testimonianza del Vangelo. La società democratica e postmoderna non è un ambiente del tutto ostico alla fede: molti segnali ne documentano una, a volte sotterranea, apertura e persino ricerca tutte da interpretare e percorrere.
Non vietiamoci di scorgere il nuovo che sboccia, a partire da una inedita disponibilità dei laici ad assumere le istanze della fede ed a viverle con più piena responsabilità sia dentro che fuori la Chiesa. Infatti, negli anni, un numero sempre più significativo di laici ha maturato la coscienza della sua partecipazione ecclesiale, come indispensabile elemento di coerenza, e si è appropriato di ruoli e compiti che ce li fanno sentire partecipi della testimonianza del Vangelo agli uomini d’oggi e fratelli e collaboratori nell’evangelizzazione. La loro vicinanza – fatta di amicizia e consiglio, di condivisione e corresponsabilità – è in grado di apportare al nostro ministero un soprappiù di stimolo e aiuto assente in altre epoche caratterizzate da un clericalismo oggi fortunatamente in via di completo superamento. Un sacerdote isolato dal suo presbiterio, così come una parrocchia chiusa in se stessa e priva della corresponsabilità dei laici, non possono che praticare una pastorale di semplice conservazione, priva di slancio missionario. La presenza gradita e provvidenziale di laici maturi nella fede ci sprona a ricercare insieme, tra noi e soprattutto con loro, vie non solo di maggiore efficacia pastorale, ma anche e prima, di più radicale fedeltà al Vangelo, specie nelle dimensioni della preghiera e spiritualità,
della sobrietà e povertà, della disponibilità e apertura, della misericordia e compassione.
Ai sacerdoti per primi, dunque, si rivolgono questi Orientamenti, nella consapevolezza che senza la loro convinta adesione, senza la loro generosa collaborazione, nessun programma di rinnovamento dell’iniziazione cristiana potrà essere impiantato, nessuna istanza di un diverso coinvolgimento educativo di famiglie e parrocchie potrà essere messo in cantiere. Innanzitutto nelle loro mani dunque consegno con profonda fiducia i miei intenti di pastore e guida, sapendo di poter contare su una solida e provata disponbilità.

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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
--------------------------------------
CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
--------------------------------------
CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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6.2 Dal passato al futuro

In una società che sperimenta sempre nuove povertà e la diffusione mondiale di gravi problemi cui non siamo estranei, come Chiesa – dunque laici e preti insieme – non possiamo esonerarci dal lasciarci interrogare dall’umanità, vicina e lontana, che soffre quotidianamente condizioni psicologiche e materiali di innumerevoli tipi di sofferenza. È in tali situazioni, ormai non più lontane da noi, che il Vangelo è chiamato oggi a mostrare la sua capacità di incidere; a partire dalla docilità di noi cristiani a ispirarci all’esempio di Gesù, che non solo non ha preteso privilegi, non si è sottratto al confronto responsabile con i mali del mondo, ma si è immerso in essi con totale misericordia, si è chinato sui poveri, i sofferenti, gli ultimi, ha condiviso le più dolorose esperienze, indicandoci una strada di compassione e coinvolgimento che oggi siamo invitati a percorrere con maggiore lena che nel passato. Quella che si delinea – l’unica in grado di essere anche oggi “segno e sacramento” di Dio tra gli uomini – è “una Chiesa appassionata che non ‘smonta mai’ dal suo turno di presenza; che sa coniugare insieme progetto, proposta e libertà; che accetta il deserto, la povertà, l’insuccesso; che sa stare dentro le mille contraddizioni, fatiche e debolezze della storia; ricca di incontro, ascolto, relazione e presa in carico; che educa con la sua vita, il suo stile, le sue scelte di ogni giorno” (V. Nozza). È in questi gangli di vita che il Vangelo può dimostrare, anche tramite la nostra testimonianza, che è in grado di innestare nel cuore dell’uomo “germi di risurrezione capaci di rendere buona la vita, di superare il ripiegamento su di sé, la frammentazione e il vuoto di senso che affliggono la nostra società”, in una parola che “la fede è radice di pienezza umana, amica della libertà, dell’intelligenza e dell’amore” (Educare ..., 8, 6, 15). Vale la pena ribadire che “la nuova evangelizzazione è un invito alle comunità cristiane perché pongano maggiormente la loro fiducia nello Spirito che le guida dentro la storia. Saranno così capaci di vincere le paure che provano, e riusciranno a vedere con maggiore lucidità i luoghi e i sentieri attraverso i quali porre la questione di Dio al centro della vita degli uomini di oggi” (Lineamenta, 19).
In conclusione faccio volentieri mie le accorate parole dei vescovi italiani in occasione dei 40 anni del Documento base della catechesi: “Vorremmo rivolgerci a tutti voi, che avete a cuore l’annuncio del Vangelo e la crescita della vita di fede delle donne e degli uomini nostri compagni di strada: il Signore Gesù chiede alle nostre comunità e a ciascuno di noi di testimoniare l’amore di Dio per l’uomo e di prolungare nel tempo la manifestazione di quel grande ‘sì’ che Dio ‘ha detto all’uomo, alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza’ (Benedetto XVI)”. Egli ci chiama a testimoniare che Dio è dalla parte dell’uomo, è suo amico e alleato. Quest’amore infinito di Dio va annunciato prima di tutto con l’attenzione alle persone, con le opere dell’amore e con scelte di vita in loro favore [...]. Non rassegniamoci a lasciare che l’uomo viva solo in superficie, o che diventi schiavo del conformismo. Aiutiamo ciascuno a prendere in mano la propria vita in compagnia di Gesù, per rispondere alle inquietudini e agli interrogativi più profondi e scoprire Lui come ‘via, verità e vita’ (Gv 14,6). Nel guardare a questa meta, che è anche la sfida che ci è posta dinanzi, rendiamo grazie al Signore per l’immenso lavoro di annuncio della fede e di catechesi compiuto in questi quarant’anni: Dio solo ne conosce i frutti e vede quanto amore, quanta fede e quanta passione vi sono stati investiti. Possa Egli trasformare questa memoria grata, che è insieme anche consapevolezza dei nostri limiti, in un rinnovato slancio, affinché il Vangelo raggiunga tutto l’uomo in ogni fratello e sorella, e ciascuno, credendo, abbia accesso alla pienezza della vita che viene da Dio nel Signore Gesù e nella forza del suo Spirito” (Annuncio e catechesi per la vita cristiana, 18).
Tutto ciò nella consapevolezza, storica e di fede, che anche i passaggi più difficili e apparentemente meno generosi di soddisfazioni, come quello che attraversiamo, possono diventare luoghi fecondi di incubazione, trasformarsi in terreno fertile di capacità creative e novità sorprendenti. Insomma, “abbiamo buone ragioni per ritenere di essere alle soglie di un tempo opportuno per nuovi inizi” (Educare ..., 30).


CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte


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  INDICE
Presentazione
Premessa
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CAPITOLO 1. Una pastorale rinnovata
1.1 Dalla conservazione alla programmazione
1.2 Priorità non esaustive
1.3 Educazione ed evangelizzazione
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CAPITOLO 2. La famiglia al centro
2.1 Una lettura in chiaroscuro
2.2 Direzioni dell’educazione
2.3 L’educazione religiosa
2.4 Fede e educazione permanente
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CAPITOLO 3. Tappe annuali
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CAPITOLO 4. Anno 2011-2012 :
parrocchia e famiglia insieme
4.1 La Chiesa accanto alle famiglie protagoniste
4.2 Dalla nascita alla scuola primaria
  4.2.1 La preparazione pre-battesimale
  4.2.2 La fase post-battesimale
  4.2.3 Gli anni che precedono l’ingresso nella scuola primaria
4.3 Le famiglie dei ragazzi che frequentano il catechismo
4.4 La preghiera serale in famiglia
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CAPITOLO 5.
L’icona biblica del nostro cammino
5.1 Il testo nel contesto
5.2 Talità kum
5.3 Sentieri da esplorare e percorrere
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CAPITOLO 6. Con coraggio e fiducia
6.1 Il ruolo dei sacerdoti
6.2 Dal passato al futuro
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CAPITOLO 7. Appendice: questioni aperte
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In conclusione mi pare utile sottoporre all’attenzione di tutti una serie di interrogativi, cui affido il compito di sondare non tanto la comprensione di quanto esposto, quanto la sua effettiva capacità di convincere, coinvolgere ed avviare sulla strada sia del ripensamento che del rinnovamento della pastorale e della catechesi.

1. Si è riflettuto a sufficienza sulle premesse “sociologiche” da cui si sono prese le mosse, dalle quali emerge l’incapacità della catechesi e della pastorale tradizionali a reggere le sfide dell’attualità?

2. Sono abbastanza chiare – e condivisibili – le motivazioni che inducono a guardare con rinnovato impegno e a porre mano ad adeguate iniziative alla priorità della famiglia nel compito educativo anche religioso dei figli? Quali interventi pratici predisporre per coagulare attorno a questi temi opportune “alleanze” tra le varie agenzie presenti sul territorio?

3. Quale attenzione, quali spazi abbiamo riservato fino ad ora all’iniziazione cristiana, sia nella sua dimensione tipicamente ecclesiale, sia soprattutto nel suo indispensabile coinvolgimento delle famiglie?
 
4. Che cosa comporta concretamente per una comunità sostenere una diversa attenzione alla situazione concreta e ai cammini dei singoli e delle famiglie e il conseguente sganciamento dagli automatismi pastorali? In altre parole, a quali condizioni le nostre comunità possono diventare più attente ad accogliere e a accompagnare le famiglie dei bambini e dei ragazzi, a essere luoghi dove incontrare un ambiente familiare, dove ciascuno possa essere accettato con la sua storia, stimato per quello che è, aiutato a progredire in umanità e fede?

5. La nostra pastorale pre e post-battesimale si è lasciata interpellare dai cambiamenti in atto nella società e nelle famiglie, o si limita generalmente a ripetere iniziative tradizionali? Quali scelte attuare per dare qualche significativo segnale di docilità ai segni dei tempi ed alle attuali sfide rivolte all’educazione e all’evangelizzazione?

6. Siamo convinti che siamo in presenza della necessità di una conversione personale, prima che pastorale, di una conversione della Chiesa prima che degli altri?

7. Quali conseguenze pratiche importanti si possono prevedere per le nostre parrocchie dall’implementazione di una nuova attenzione pastorale alle famiglie e ai loro compiti educativi?

8. Siamo disponibili a prendere in considerazione e a collaborare con tutti i fattori che entrano in gioco nella complessa operazione dell’iniziazione cristiana, a partire dai percorsi e dalle storie di ciascuno, al mistero della Grazia e all’azione dello Spirito che interviene nella vita degli uomini anche precedendo e superando le iniziative della comunità ecclesiale e dell’azione pastorale?

9. Concordiamo nel considerare l’iniziazione cristiana come espressione di tutta una comunità che educa innanzitutto con la sua vita?
Siamo disponibili a cercare insieme le vie per dare concretezza a questo convincimento?

10. Pensiamo sia di qualche interesse per noi l’osservazione secondo cui le parrocchie devono essere comunità aperte, non ancorate a vecchi schemi e a mentalità nostalgiche?
Concretamente che cosa denuncia del nostro modo di essere e di operare?
A quali aperture e novità induce?

11. Molte delle proposte formulate in questi Orientamenti postulano la presenza attiva di gruppi di genitori che svolgano la funzione di coordinamento e guida delle altre famiglie. Possiamo fattivamente programmare, nelle nostre parrocchie, la nascita di tali gruppi, capaci di accompagnare le altre in un cammino di riscoperta della fede e di rinnovata adesione al Vangelo?
Da dove partire per porre le basi in vista di un simile risultato?
Quali riscontri concreti rinvengono nella nostra pastorale la centralità della famiglia, il primato dell’educazione, la tipicità dell’educazione religiosa, l’istanza della formazione permanente?
Da dove cominciare per passare dalla sterile (per quanto condivisibile) teoria a qualche (per quanto iniziale) pratica efficace?
Come divulgare il positivo di esperienze già in atto?
Il rinnovamento proposto chiede che gli operatori pastorali (accompagnatori, catechisti, educatori) siano adeguatamente formati alla novità, pena il rischio di fare le cose di sempre etichettandole come nuove. Quali attenzioni porre in atto per la formazione degli operatori pastorali?
Quali energie e scelte strategiche compiere in questo senso, a livello parrocchiale e diocesano?
In particolare, quali contributi possono essere chiesti agli uffici diocesani perché accompagnino adeguatamente questo percorso?
Siamo d’accordo che in pratica si tratta di rimodulare tutta la comunità parrocchiale (consiglio pastorale e assemblea domenicale), i catechisti (non da soli, ma in gruppo, non isolati, ma con le famiglie e la comunità), i genitori (primi responsabili e indispensabili collaboratori), i preti (nel loro ruolo di guida, coordinamento e accompagnamento di ogni iniziativa e novità), il vescovo e gli uffici della curia (con il compito di strutturare, stimolare, guidare i percorsi di iniziazione e evangelizzazione)?
Ci lasciamo coinvolgere dall’invito a accogliere i cambiamenti come occasione di conversione e a guardare al presente e al futuro “con coraggio e fiducia”? Quali sono gli ostacoli principali che la pastorale tradizionale
oppone alla sperimentazione di un simile tentativo di rinnovamento?
Quali le paure che si ingenerano di fronte a queste proposte e i più ricorrenti motivi di perplessità che esse suscitano?
Su quali elementi ed esperienze, al contrario, si può fare leva per incrementare e divulgare le sperimentazioni proposte e le esperienze positive già in atto?


NOTE


1. La nota CEI in occasione dei 40 anni della pubblicazione del Documento base
sulla catechesi ha così efficacemente sintetizzato l’attuale situazione: “In questo
contesto culturale si diffonde l’indifferenza religiosa: molti adulti e giovani attri-
buiscono scarsa importanza alla fede religiosa, vivendo nell’incertezza e nel dub-
bio, senza sentire il bisogno di risolvere i loro interrogativi. L’irrilevanza attribuita
alla fede è dovuta anche al fatto che la formazione cristiana della maggior parte
dei giovani e degli adulti si conclude nella preadolescenza: essi, perciò, conser-
vano un’immagine infantile di Dio e della religione cristiana, con scarsa presa
nella loro vita. Non negano Dio; semplicemente non sono interessati. A questi
processi si aggiunge il soggettivismo, che induce molti cristiani a selezionare in
maniera arbitraria i contenuti della fede e della morale cristiana, a relativizzare
l’appartenenza ecclesiale e a vivere l’esperienza religiosa in forma individuali-
stica. La religione, di conseguenza, viene relegata nella sfera del privato, con la
conseguente relativizzazione dei contenuti storici e dottrinali del messaggio cri-
stiano e dei modelli di comportamento che ne derivano. Ridotta a fatto mera-
mente individuale, la religione perde gradualmente rilevanza anche nella vita dei
singoli. Su tutto ciò, incide anche il crescente pluralismo culturale e la pervasi-
vità della comunicazione multimediale [...]” (Annuncio e catechesi per la vita
cristiana, 2010, 8, 9).

2. A dimostrazione del rischio segnalato di cadere nel nominalismo di formule,
per quanto alla moda, prive di reale contenuto, non manca chi ritiene che “par-
liamo moltissimo di (nuova) evangelizzazione, di fatto però ne facciamo pochis-
sima” (è questa, per esempio, l’opinione – non peregrina – che mons. Negro,
vescovo di Otranto, esprime nell’ultima lettera pastorale). Da parte sua già anni
fa l’arcivescovo di Monreale, mons. Cataldo Naro affermava: “Non più condu-
zione pastorale per slogan, non più uno stanco e disincantato gestire il presente,
una sorta di navigazione a vista, ma un guardare la realtà, un comprenderla con
amore e passione, uno studiarla con intelligenza e fatica, un ardimentoso proiet-
tarsi in avanti, per rimanere fedeli al mandato del Signore, per continuare a dire
il Vangelo agli uomini del nostro tempo e del nostro luogo”.

3. A proposito della situazione della Chiesa nei loro paesi, un consistente numero
di teologi di Germania, Austria e Svizzera, in un recente documento (cfr. Il Regno
– Documenti, 5/2011), nota che non era mai accaduto che un così elevato nu-
mero di cristiani abbandonassero la pratica religiosa, mentre altri hanno optato
per la privatizzazione della fede. Essi non possono non denunciare questi fatti
come segnali inquietanti, che devono indurre a una riforma che modifichi radi-
calmente strutture fossilizzate e consenta il recupero di nuova forza e credibilità.
Tanto più in presenza di un mondo che, sia pure in modalità da interpretare e so-
prattutto a cui rispondere adeguatamente, pare proprio avere ancora desiderio di
annuncio evangelico, ma che spesso stenta a riconoscerlo nelle forme in cui viene
praticato.

4. Quest’osservazione, tratta dalla Nota pastorale CEI dopo il 4° Convegno eccle-
siale di Verona 2007 (Rigenerati per una speranza viva, 1) , e posta all’inizio del
nuovo documento, testimonia una scelta di continuità della Chiesa italiana che
non può non essere presa in seria considerazione da ogni Chiesa locale, compresa
la nostra.

5. Anche i Lineamenta per il Sinodo 2012 non hanno dubbi nel porre perentoria-
mente sul tappeto la questione assolutamente urgente della revisione dei percorsi
di iniziazione alla fede e di accesso ai sacramenti (cfr. in particolare nn. 18-22).

6. Sarebbe monca un’analisi dei problemi della famiglia che non evidenziasse le
responsabilità non secondarie di un contesto socio-politico spesso molto distratto
e disinteressato alle sue difficoltà ed esigenze: a partire dal riconoscimento di un
quoziente fiscale che non penalizzi le famiglie che generosamente mettono al
mondo più di un figlio, una cultura massmediale che rafforzi i legami familiari in-
vece di eroderli sistematicamente, un sistema scolastico efficiente e alleato che
favorisca il protagonismo delle famiglie, politiche sociali che non solo promuo-
vano l’occupazione delle donne, ma consentano loro di armonizzare in modo
più equilibrato i tempi della famiglia e quelli del lavoro ...

7. Afferma opportunamente il già citato mons. Negro: “Più che insegnare al figlio
una preghiera a memoria, serve che il figlio veda i genitori pregare. Più che fare
sermoni ai figli sul non sprecare i soldi, serve uno stile di vita familiare sobrio, che
trovi forme di condivisione solidale. I figli sono un sensibile termometro di con-
traddizioni e ipocrisie genitoriali”.